Contro il logorio della società moderna

RECENSIONE – Depeche Mode – all’appena inaugurata potenza di due

Un bell’articolo del Guardian sul primo concerto all’O2 Arena a Londra. Mi piace l’analogia con una costruzione a cui improvvisamente viene a mancare un pilastro, e mi piace che venga notata la maggiore vicinanza tra Dave e Martin.

È bello vedere i nostri due più affiatati che mai.

Recensione di: Depeche Mode – all’appena inaugurata potenza di due

O2, Londra
Nell’ultima tappa del loro primo tour dopo la morte del membro fondatore Andrew Fletcher, le colonne portanti dei Depeche Mode, Dave Gahan e Martin Gore, premiano i fan con i successi di tutti i decenni e sembrano più uniti di quanto non lo siano stati negli ultimi anni.

Kitty Empire

Sab 27 gennaio 2024 15.00 CET

Un arco di trionfo domina la scenografia del tour dei Depeche Mode. La M gigante sta per Memento Mori, il titolo del loro album del 2023, ampiamente acclamato come un ritorno alla forma. Ma quella monumentale M sta anche per Mode. Due anni fa erano una band a rischio esistenziale, quando il membro fondatore e tastierista Andrew Fletcher morì di insufficienza cardiaca. In modo sorprendente, gran parte della preoccupazione per la morte nell’ultimo album era già stata stabilita dal principale autore di canzoni Martin Gore qualche tempo prima della scomparsa di Fletcher.

Ora i Depeche Mode sono al loro secondo anno di tour sui palcoscenici di tutto il mondo, e stanno ancora una volta martellando il pubblico con caustici tormentoni sulla nostra imperfetta natura umana. Nella prima serata della quarta tappa, i Depeche Mode affrontano la giornata con vigore. Il cantante Dave Gahan, con una bella voce, spesso gira su se stesso, con i suoi polsini della camicia enfatici che ricordano quelli di Dave Vanian dei Damned, ma con un couturier molto più salubre.

Confortevolmente mohicano, Gore sfoggia anche il suo consueto smalto nero e passa dalle tastiere a una semiacustica con una tracolla bassa. Sul palco ci sono anche il tastierista Peter Gordeno e il batterista Christian Eigner, quest’ultimo forse un po’ troppo propenso ai riempimenti da stadio. Ci vuole un po’ prima che appaia un vero e proprio memento mori, a ricordare che la morte arriva per tutti. Ma proiezioni giganti di teschi ricoperti di brillantini (alla maniera di Damien Hirst) girano durante Enjoy the Silence, dall’album Violator del 1990, con la scritta “enjoy”.

Meglio del pesante simbolismo, però, è l’inaspettata progressione della canzone, che stasera passa da un brano che ricorda i New Order a un breakdown rave con pianoforte house, che sarebbe potuto durare molto di più. I video della magnifica Everything Counts, invece, esaltano elegantemente il messaggio anti-avidità della canzone. Un video di un mimo con le mani bianche guantate recita il testo, come un artistico interprete del linguaggio dei segni.

Le due ore di musica dei Mode che si svolgono nella penisola di Greenwich, a soli 30 miglia dalla nativa Basildon, premiano i fan con una retrospettiva di tutte le epoche della band, dall’inizio alla fine. Il brano Ghosts Again potrebbe essere il biglietto da visita di Memento Mori, ma stasera la macchina idraulica dell’apertura del set My Cosmos Is Mine e le linee pulite di My Favourite Stranger sono più convincenti.

Anche i Depeche Mode escono con il vecchio. “Siete pronti a divertirvi un po’?” chiede Gahan nel bis. È un preludio a Just Can’t Get Enough del 1981, un residuo della lontana era di Vince Clarke, reso un glorioso synth-pop con l’aggiunta di poliritmi. Gli Stati Uniti, dove la band si è reinventata come un’incandescente bestia del rock elettronico, forse non si ricordano di loro quando erano gli Spandau Ballet con un dungeon nel seminterrato, ma SE10 (codice di avviamento postale di Greenwich, ndt) se li ricorda chiaramente.

Quello a cui assistiamo, però, oltre a un sicuro greatest hits set, è una sorta di Jenga del rock in tempo reale. Cosa succede quando si butta giù un supporto da sotto una struttura? I montanti rimanenti sopportano il carico, oppure non lo sopportano. In altre parole: è di nuovo tempo di costruire. È stato un tratto distintivo della campagna di questo album che il patto di continuare ha avvicinato Gore e Gahan dopo decenni di diplomazia a distanza, spesso con Fletcher come intermediario.
Gore è stato l’unico autore di canzoni della band tra la partenza del membro fondatore Clarke nel 1981 e la distensione del 2005, che ha segnato un maggiore apporto creativo di Gahan alla band. Le tensioni tra i due musicisti più importanti dei Depeche Mode (che vivono su coste opposte degli Stati Uniti) avevano contribuito alla partenza di Alan Wilder nel 1995. Neanche la dipendenza dall’alcol (Gore) e dall’eroina (Gahan) aveva aiutato le cose; e nemmeno i molteplici sfioramenti di Gahan con la morte.

La nuova forza di due è confermata stasera dall’affetto e dalla bonomia che i sopravvissuti si dimostrano a vicenda. Ci sono ampi sorrisi e lodi da parte di Gahan per i “bellissimi toni angelici” di Gore dopo un paio di brani da lui cantati, pacche sulle spalle e abbracci alla fine. Fletcher viene ricordato – come una gigantesca immagine in bianco e nero che muta delicatamente – quando la band suona World in My Eyes, la sua canzone preferita dei Depeche Mode.
La grande M del proscenio potrebbe stare anche per Martin. Gore abbassa gli strumenti per cantare una commovente e scarna interpretazione di Strangelove del 1987, accompagnato solo da Gordeno. Segue Heaven, una canzone del 2013 che ricorda vagamente Glory Box dei Portishead. Entrambe offrono un po’ di respiro rispetto al Default Mode: il fragoroso lamento sulle relazioni, la religione e il vizio.
Se la chiusura del set, Personal Jesus, copre quella terra di mezzo, altri due brani di spicco ne sorreggono le estremità. Never Let Me Down Again è un ritratto convincente della dipendenza che porta a un’ondata maniacale di braccia da parte della folla. La più sicura di tutte, però, è I Feel You, da Songs of Faith and Devotion del 1993: un brano d’amore implacabile che oscilla allo stesso tempo. Più di ogni altro brano, nuovo o vecchio che sia, cattura la duratura voglia di vivere dei Depeche Mode.

Link all’articolo originale:

https://www.theguardian.com/music/2024/jan/27/depeche-mode-o2-london-review-memento-mori-andrew-fletcher?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR3wzVTUAGvh7nzMhkPuG7PgdHfASc2evCj9Xk7lRowG_3dpay0s3_kQfCg_aem_90OTjwU_bIftddZJmb39jQ

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