Contro il logorio della società moderna

UN VIAGGIO NEL FILM – DEPECHE MODE: M – PRIMA PARTE

NOTA: Le fotografie qui inserite sono state fatte ad una visione successiva del film, quindi sono qui solo per illustrare alcuni punti e non riguardano la prima visione del film, in quanto altro che fare foto, poteva cadermi un meteorite in testa e non me ne sarei accorta.

PARTE 1

“Tump-tump, tsss, tump-tump, tsss…”

Percorro in macchina i pochi chilometri che mi separavano dal lavoro al multisala vicino casa, ma in realtà era da parecchi giorni che questo battito mi tormentava.

Usciva dall’autoradio e rimbombava sulle casse.

“Tump-tump, tsss, tump-tump, tsss…”

In realtà mi ha sempre tormentato, dalla prima volta che ho ascoltato questo disco. Un cuore rallentato, che pompa.

Uno, due, pausa. Tsss.

Questo suono cavernoso, che ti invita ad entrare in una selva oscura, in un disco oscuro, finché il basso ti prende per mano e ti porta definitivamente dentro.

Questo non è un disco facile. Ogni volta è un viaggio profondo dentro di sé, e bisogna prepararsi. Ancora di più questa sera.

Parcheggio la macchina, aspetto che i miei amici Alessia e Marco arrivino, e poi andiamo a mangiare qualcosa prima di vedere il film. La tensione è palpabile, nonostante l’ottima cucina emiliana che dovrebbe almeno chiudere il buco nello stomaco. Mangio un piatto di pasta al pesto a fatica, ed anche se chiacchiero con Alessia, dentro di me sento sempre quel “Tump-tump. tsss”.

Finiamo di mangiare e torniamo al cinema. Validiamo i biglietti, i miei amici si prendono un caffè, e ci incamminiamo verso la sala numero 12. Siamo seduti comodi. Mamma non sta bene e non è potuta venire con noi.

Sono angosciata. Rido e scherzo ma continuo a sentire quell’oscurità dentro di me, quell’ansia che mi pervade come una scarica elettrica.

Dopo ben 25 minuti infiniti di pubblicità e trailer, il film inizia.


L’Outro di “Speak to Me” prende velocità e le tape machines creano riverberi su riverberi. Distorcono il suono sempre di più, sempre di più, in un crescendo che sembra sollevarti dal suolo e portarti verso un’altra dimensione, verso un corto circuito sensoriale in cui non riesci più a pensare a niente perché il tuo cervello ha troppe informazioni da elaborare…. E poi…

“Tump-tump, tsss, tump-tump, tsss…”

Assistiamo al classico riscaldamento dei nostri eroi: Il battimani più forte possibile per farsi coraggio ma non troppo per non far male alle delicate manine di Martin, nostro amato strimpellatore angelico che fa uscire incantesimi dalle sei corde; Dave, il nostro Strongest Man in the Universe che si batte il petto alla Tarzan, fa stretching, pronto per prendere tra le sue mani il pubblico del Foro Sol, Città del Messico.

Salgono la scaletta e sono sul palco. Il pubblico esplode.

Continuo a sentire il cuore che batte prepotentemente e ringrazio la mia parte razionale che mi sta trattenendo dallo scappare da questa sala facendomi usare il cervello per qualcosa di utile.

Ascolto “My Cosmos is Mine” e rifletto sul fatto che molte persone ritengono questa traccia d’apertura non all’altezza di quelle che aprivano i precedenti tour. Io non la penso così. Credo che ogni album abbia un suo tema, e di conseguenza anche il ogni tour corrispondente. Come si può introdurre un disco che parla di morte? Sicuramente non con un brano up-tempo. Dev’essere qualcosa con un ritmo severo e cadenzato.

Che dicotomia in questo brano. Un invito ad entrare nello spirito del disco e dall’altra parte la più totale difesa delle proprie convinzioni. Un bisogno di ristabilire il controllo e di rifiutare ingerenze nella propria vita di un mondo sempre più insensato. Non è un rifiuto della morte, che è il destino di tutti noi, ma della “morte insensata”: Quella data dalla guerra… E con il senno di poi, quella di Fletch, che pur spiegabile a livello medico, è difficile da accettare a livello emotivo.

Come si fa ad accettare emotivamente quel vuoto sul palco? Non l’ho ancora accettato del tutto adesso, figurati prima.

“Wagging tongue” inizia e mi riconferma come questo disco abbia bisogno di più ascolti per essere interiorizzato e capito. All’inizio non lo apprezzavo più di tanto, ma piano piano ho imparato ad amarlo, complice forse anche il video che mi ha colpito così tanto. L’intro di kraftwerkiana sonorità apre il sipario sul racconto della costruzione del nuovo rapporto tra Dave e Martin, ora che non c’è più Andy a fare da ambasciatore. Questa canzone mi riempie ancora oggi di tristezza, ma mi sforzo di vedere quella luce in fondo al tunnel data dal finale del video: L’inizio di un dialogo, aiutato dalla musica, che li ha sempre uniti, anche nei momenti più difficili.

Con “It’s no good” inizia il momento “feel good”, e finalmente il respiro mi viene più lieve. Anzi, mi sento che posso finalmente ballare in pace godendomi un brano che non smetterò mai di dire, adoro.

Presto mi risulta però palese un fatto: C’è qualcosa che manca, sul palco. E no, non è Fletch, che è ovvio che manca. E’ qualcosa di più sottile, che forse sono solo io a notare. Nonostante tutto stia procedendo a gonfie vele a livello musicale (benché non si possa proprio valutare in quanto è un live registrato e post prodotto, mixato, ecc ecc…), c’è questa strana atmosfera sul palco: Un’estrema concentrazione, i movimenti molto controllati.

Chi ha potuto vedere i live del tour 2024 può capire benissimo di cosa parlo.

Dave e Martin sono tentativi l’uno con l’altro, forse ancora focalizzati a realizzare lo show senza Fletch, consapevoli che c’è un enorme vuoto dietro di loro. La giocosità che si sarebbe vista nel tour successivo o in altri tour non c’è ancora ed è comprensibile: Sono appena ricomparsi nell’arena senza una parte di sé, e devono ritrovare un equilibrio.

“E’ tutto quello che fai?” Scherzava Dave con Andy mentre Andy girava le sue manopole sui synth, ma sapeva che non era tutto quello che faceva. Quello che faceva spesso non si vedeva, ma non per questo non era importante, anzi.

“Everything counts” è il brano eterno che mi fa sempre pensare di quanto fossero avanti i nostri cari negli anni 80, e che ancora oggi non sfigura per niente, soprattutto considerando la pochezza della “musica” di oggi, fatta di copia-incolla su una DAW, copia incolla sui testi, copia e incolla sull’ “estetica” (come tatuaggi e culi in fuori)

Siamo nella Twilight Zone, e tutti i numeri 12 si assomigliano.

Noto con estremo piacere che in questo film ci sono molte riprese sia sul palco sia che dall’alto che ci permettono, oltre a vedere i nostri da una diversa prospettiva più intima, di vedere ed apprezzare gli strumenti in uso per quanto riguarda Martin e Peter. Non so come ringraziare il regista per aver deciso di includere questi punti di vista ed, in questo momento, la tenerissima ripresa di Martin che suona il refrain “Tiritin tin tin tin – tin tiinnnn” con le ditine con lo smalto nero come un bambino alle prime prese con un piano.

Livello Kawaii: Devastante, peggio dei video dei gattini.

Dopo il canto da stadio a cappella, nel quale Dave rivolge asta e microfono verso il pubblico e cede a noi il suo ruolo, la canzone finisce.

Il basso di Peter riempie di nuovo lo spazio ed è il turno di “My favourite stranger”.

Ho letto tempo fa in un blog un po’ cazzaro (che però è la mio piacere colpevole nascosto per quanto riguarda il metal e le sue assurdità) che “My favourite stranger” è un brano che non decolla mai. Eh, forse non deve decollare?

Mi rattrista un po’ che tante persone stiano sempre cercando dal Depeche Mode la hit, il ritornellone da stadio che ripetono anche le pecore.

“My favourite stranger” non ha un ritornello vero e proprio, cantato con una voce umana. Il punto di forza della canzone è dato dagli assoli di Martin, che fa rappresentano il culmine della paranoia con una deflagrazione sonora che interrompe la ripetizione voluta delle strofe. L’uso dei droni sul palco ci permette ancora di più di esplorare il senso di oppressione di questo brano: Dave vaga senza pace per il palco con le mani sui capelli, come se fosse completamente preda di queste voci interiori e non riuscisse a trovare una valvola di sfogo, un’uscita.

Un breve momento di pausa e poi… Il disastro.

L’intro elettronico di “Sister of Night” mi fa esplodere in un sospiro esasperato. Non pensavo che la mettessero dentro il film, perché non mi ricordavo la data esatta di questo concerto. Un veloce sguardo al telefono mi da la conferma: Marzo 2023.

Oh merda. La scaletta del 2023.

Guardo la mia amica Alessia, le prendo la mano di nuovo e le dico: “No Maria, io esco.” Non sono pronta ad una tale violenza emotiva.

La canta Martin? No, la canta Dave.

A posto siamo. La mia sensazione di pura disperazione va da 10 a 100 in pochi secondi, pensando alla successione di eventi che hanno portato alla realizzazione di questo brano:

Un Dave magrissimo, esausto, divorato dall’eroina. La sua voce distrutta, registrata in più takes perché non aveva più la forza di cantare.

Il conseguente invito di Martin a tornare a Los Angeles e riprendersi un po’.

La conseguente overdose.

Ed adesso, questo uomo stupendo, questa Fenice risorta dalle ceneri, che muove le sue braccia come fossero le sue ali incendiate dal fuoco eterno della rinascita e della passione, assume un tono intimo, riservato. La sua voce ed il suo viso ancora tradiscono la paura di quei momenti, ormai lontani. Il suo linguaggio del corpo è più timido, la mano sinistra appoggiata sul petto come per esprimere la sua sincerità ed il modo in cui questa canzone lo tocca particolarmente, come se potesse veramente parlare a questa “sorella”.

Vedere Dave con il capo a penzoloni, le mani che toccano terra mentre è chinato con le gambe divaricate, è un’esperienza che mi ha colpito profondamente. Il modo in cui cerca protezione, riparo. Mi sembra di violare un momento privato, e mi dispiace. Però ringrazio chi ha ripreso questo momento, perché amo vedere Dave l’uomo al di là di Dave il front man, ed in questo momento appare in tutta la sua sensibilità, senza la componente teatrale della sua performance sul palco.

“Speak to me” è una delle mie canzoni preferite. Adoro il suo tono così confidenziale, nel quale le macchine fanno ogni tanto capolino, fino a prendere il sopravvento nell’eccezionale, esplosivo finale.

Ho sempre pensato che questa canzone rappresentasse una sorta di dialogo con Martin, il suo alter ego emotivo, la pagina diversa dello stesso libro, come dice lui. Avevo tratto questa conclusione dopo aver sentito dire a Dave in un’intervista che aveva espresso a Martin i suoi dubbi sul fatto di continuare con i Depeche Mode, e che aveva accettato di lavorare ad un nuovo album mettendo però come condizione il fatto che ci fosse un vero dialogo tra loro due. Secondo me questa canzone era la prova di quella discussione avvenuta ancora prima della morte di Fletch. Ci credo ancora, però riascoltando il testo mi era venuta in mente una seconda chiave di lettura sull’Entità Superiore alla quale Dave si rivolgeva.

E se questa Entità Superiore fosse la Musica?

Mi faccio una nota mentale di tornare su questo ragionamento più tardi, perché il film non è che aspetta me e le mie discussioni celebrali. Dave si muove intorno al palco al ritmo del beat che diventa sempre più veloce e cadenzato, muovendo le sue braccia come se fossero ali o come se dirigesse l’orchestra di macchine sotto di lui, fino ad arrivare ad un alt quando la musica finisce di colpo.

Braccia aperte. Un crocefisso come quelli che vediamo sul maxischermo dietro. Un punto.

Il tempo di pensare su come si può continuare dopo quello che è il finale del disco, con la sua chiusura dirompente in cui tutto tace e ecco che è arrivato il momento dolcezza estrema con “Soul with me”, della serie: “Non abbiamo ancora finito di soffrire.”

Martin si avvia sulla passerella e canta con tutta la sua anima e la sua voce angelica una canzone estremamente dolce, se non fosse che, uscendo dalla penna di Martin, parla di lasciare questo mondo.

Prima devi passare sul mio cadavere, Martin Lee Gore.

Vedere Martin cantare è sempre un’esperienza ipnotizzante. Non riesco a togliere lo sguardo dalla sua postura, il modo in cui si raccoglie su se stesso per raggiungere alcune note alte, con così tanta concentrazione che si può pure vedere nella sua mano, il modo in cui si contrae e si distende.

Niente fronzoli, solo un accompagnamento al pianoforte ed ogni volta fa una performance da togliere il fiato, senza una sbavatura.

Finisce la canzone suonando un immaginario piano con la mano sinistra, ed è come sempre impressionante come ogni suo gesto abbia una dolcezza infinita. Il pubblico esplode in un’ovazione e lui, ancora con la sua dolcezza angelica, ringrazia il pubblico e fa un inchino.

L’umiltà di quest’uomo… Io non ho parole. E’ uno dei motivi per cui lo tengo in un palmo di mano. Quante star, soprattutto di questo calibro, si esprimono con così tanta gentilezza? Ben poche.

Un cambio di tono a 180 gradi ed abbiamo due singoli di punta, che però a me non piacciono particolarmente, quindi mi rilasso sulla poltrona ed mi limito ad ascoltare “A pain that I’m used to” e “Wrong” in modo un po’ superficiale.

Un accordo e vengo inghiottita di nuovo dall’abisso emozionale.

“Stripped”

Struggimento. E’ quello che sento ogni volta che ascolto questa canzone. Mi sento sempre come mi mancasse la terra sotto i piedi, un calore che ormai non sento da ere glaciali, come se fossi avvolta da catene che non riesco a rompere e non riesco a scappare…

Vorrei avere qualcuno con cui scappare, ed invece l’unica cosa che mi fa scappare è la musica, e va più che bene, ma a volte non è abbastanza.

Com’è rientrare nei boschi e stendersi sull’erba? Che sapore ha un bacio? Chi se lo ricorda.

Com’è avere qualcuno che ti ama?

Canto questa canzone come se fosse una preghiera ad un Essere Superiore. Ti prego, fammi provare di nuovo questo. Ti prego. Fammi tornare nella Città Magica dove succedevano un sacco di cose ed ogni secondo era una nuova scoperta…. Tirami fuori da questo grigiore…

La canzone finisce e spero pure il tormento… Invece no.

La memoria sa cancellare quello che le fa troppo male.

Non basta la sorpresa e la felicità nel vedere una vecchia stampante ad aghi e nel sentire il suo amato rumore “tatatatata” mentre l’ago passa e torna indietro che un bellissimo volto inizia a comparire sul foglio.

Prima punte in ogni direzioni… Poi degli occhiali e degli occhi troppo familiari. Delle bellissime labbra.

Fletch.

“World in my eyes” risuona dall’impianto audio del cinema e mi sembra che qualcuno mi stia fisicamente strappando il cuore dal petto. Fa male. Fa malissimo.

Dave e Martin cantano di “Lascia che ti faccia vedere il mondo nei miei occhi” e penso a tutti gli occhi che stanno guardando il mondo per conto di Andy. Lui guarda noi dal maxischermo, e noi guardiamo Dave e Martin per lui.

Un mare di fogli con il suo volto stampato tra il pubblico, e sembra quasi che lui sia lì.

E’ troppo. Esplodo in singhiozzi talmente violenti che mi piego su di me per proteggermi dalle fortissime emozioni che sto provando. Alessia mi mette una mano sulla schiena, e per un po’ sto così, lì a singhiozzare e piangere, grata che almeno il rumore dell’audio renda il mio pianto inudibile.

Andy Fletcher: 08 Luglio 1961 – 22 Maggio 2022.

Dopo il pianto a dirotto, inizia per me il vero inno dei Depeche Mode, “Enjoy the silence”, che mi stupisce sempre come un puzzle in cui tutti i pezzi vanno sempre a posto al primo colpo. Non c’è una virgola fuori posto in questo brano…

Anzi, una ce n’è, stavolta. Enorme.

La traduzione automatica che il distributore ha utilizzato per non usare un traduttore umano perché tanto chi ha bisogno di noi che l’Ai sa tutto e noi siamo dei poveri idioti perditempo che decidono di perdere tempo ad imparare una lingua in tutte le sue sfumature.

Questa Ai traduce “Mr. Martin” come sollevare, e poi probabilmente non capendo cosa viene dopo, appone un “questo” che per qualche motivo di collocazione potrebbe avere senso, al posto di “Mr. Martin, L, Gore” che qualsiasi traduttore umano degno di questo nome capirebbe senza problemi, e se anche avesse problemi, andrebbe a cercare del materiale simile per togliersi il dubbio.

Dio come mi girano le palle e l’ho praticamente fatto sapere a tutte le persone che conosco. Mi avete rovinato una delle mie canzoni preferite in assoluto, complimenti. Rimango con una smorfia sulla faccia e le braccia incrociate fino alla fine, ferma nella mia indignazione.

Qui ci sarebbe il break, ma trattandosi di un film è stato tolto, e quindi proseguiamo con “Condemnation”

Dave e Martin arrivano alla fine della passerella e Dave inizia la sua confessione, che poi sarebbe Martin che incolpa Dave per non incolpare se stesso di tutti i bagordi dell’epoca.

Si nota parecchio la differenza tra il cantato di Martin e quello di Dave. Dave è stato corretto in postproduzione per colmare qualche lacuna, ma “Condemnation” è un brano estremamente difficile, quindi beh è comprensibile.

Ho letto qualche tempo fa che già ai tempi del Devotional, in cui la voce di Dave andava a deteriorarsi sempre più, sia per le droghe, sia per la fatica di tour lunghissimo “Condemnation” era stata abbassata di un semitono per permettere a Dave di arrivare alle note più alte. Questo detto direttamente da Alan nel suo sito, sezione Q & A (domande e risposte).

Ascolto “Condemnation” con piacere, che trovo una bellissima canzone però un po’ inusuale per i DM. E’ un po’ difficile da legare in un prima ed un dopo, sta bene solo in “Songs of Faith and Devotion” per via del tema del disco.

Dopo “Condemnation” arriva quello che chiamo “Il momento dell’imboscarsi in macchina che ricorda tempi migliori” e di nuovo si balla. “Never Let Me Down Again” è un brano così potente, una dichiarazione d’intenti talmente chiara che il disco potrebbe pure finire così. Dove vai dopo un brano del genere? (La domanda che mi faccio sempre quando perso a “Music for the Masses”, titolone della Madonna tra parentesi)

Poi per carità ci sono altre perle naturalmente (come “Strangelove” e “Behind the wheel”), ma a parer mio, “Never let me down again” è un picco dal quale non ci si riprende più.

Dopo il canto da stadio ad un volume compatibile con un cinema (cioè sottovoce) arriva il momento del campo di grano, e per non disturbare gli altri spettatori, mi lancio in un mini campo di grano che sembra più un movimento da corpo di ballo di varietà anni 60 coreografato da Don Lurio che un campo di grano. L’importante è l’intenzione. 😀

Arriva il momento dell’ultima canzone, “Personal Jesus” e per tutti i momenti salienti sono il celeberrimo riff e la celeberrima frase “Reach out and touch faith”. Per me no, essendo fatta in un diverso modo molto contorto.

Per me è quell’ultima nota, sostenuta prima dell’inizio della base elettronica.

Quella nota… Con Dave accucciato lì accanto a Martin che l’ascolta e che probabilmente sta avendo lo stesso orgasmo mentale che sto avendo io.

(Ti capisco, Dave.)

L’apoteosi.

Sì, lo so, se non lo capite vi capisco.

“Personal Jesus” arriva con tutta la sua energia ed pubblico partecipa cantando a squarciagola il ritornello. E’ impressionante, pensare a 200000 persone che cantano la stessa cosa, uniti in un unico sentimento di festa e di comunione tra diverse persone che non si conoscono però hanno un sentore comune, quello struggimento che accomuna tutti noi, amanti dei Depeche Mode, ricercatori di buona musica e di un posto nel mondo.


Il concerto finisce, senza molti fronzoli. Abbiamo un breve outro (di cui parlerò nella seconda parte) e poi i titoli di coda, “Ghosts Again” e “In the End”.

Rimango seduta ad ascoltare entrambe le canzoni fino alla fine, e da una parte sono contenta che il film sia finito, perché mi sento emotivamente esausta. Non solo mi viene in mente il mio primo concerto, in cui ero più sconvolta dalle emozioni che partecipe, ma anche dalla quella strana sensazione che cerco di solito di tenere nascosta, cioè l’effettiva considerazione di quanto peso nella mia vita abbiano queste due persone e la loro musica.

Nessuno mi manca così tanto. E’ come un bisogno fisico… Un bisogno di interagire con loro, di vedere il loro processo creativo, di vederli ridere, scherzare insieme…. Vederli vivere la loro vita dopo tante avversità.

Un bisogno della loro musica per rendere la vita vivibile.

I give in to sin

Because you have to make this life livable

Accompagno Alessia e Marco alla macchina, e quasi non so cosa dire. Il mio corpo è uscito da quella sala ma la mia testa è ancora lì, impiegata a cercare di capire tutto quello che avevo assimilato in quell’ora e mezza.

Li saluto calorosamente e rimando ogni scambio d’opinione al giorno dopo, perché non riesco a trovare le parole.

Prendo la macchina e guido verso casa, sempre in una specie di trance. Centomila pensieri litigavano tra di loro nella mia testa, e prima di partire, ho selezionato dall’autoradio “Speak to me”. Quella canzone mi aveva detto qualcos’altro durante il film, ed avevo bisogno di capire.

E se quell’Entità Soprannaturale alla cui Dave si riferisce sia la Musica?

Speak to me, and I will follow

I heard you call my name

Lying on the bathroom floor

No one here to blame

There’s a message I know can be found

I’m listening, I hear you, your sound

Speak to me in a language

That I can understand

Tell me that you’re listening

Give me some kind of plan

Give me something, you’d be my drug of choice

You lead me, I follow your voice

I will disappoint you

I will let you down

I need to know

You’re here with me

Turn it all around

I’d be grateful, I’d follow you ‘round

I’m listening, I’m here now, I’m found

Stavo guidando ed allo stesso tempo pensando che sì, dev’essere la musica (e nel suo caso anche Martin). Quale altra entità rende la vita vivibile? Quale altra entità ha un senso quando niente ha un senso?

Potrei scrivere di quanto di quello che è scritto in questo testo ha fatto parte anche del mio passato, ma eviterò di farlo.

Ci sono così tante cose che non riesco a capire, e così tante che me ne mancano che a volte mi sento come se stessi vagando a vuoto, senza una bussola, completamente sola.

“Qual è il significato della vita? Il senso?” mi chiedo mentre guido tra le strade poco trafficate. Mentre le tape machines ricominciano i loro riverberi, penso in un attimo che potrei essere nella DeLorean di “Ritorno al futuro” e potrei andare nel passato, a cambiare le cose-

“Are you forever looking back

At the past between the cracks?

Inventing sense when none is at

Throwing sparks into the black”

-O andare nel futuro, e vedere come e quando tutto questo andrà a finire…

Ed invece mi trovo ancora qui nel presente, e l’unica cosa che mi posso chiedere è:

“Looking for a sign

A light to guide the blind

To save us from our death throes

Where did all the time go?”

Dov’è andato tutto questo tempo?

Non lo sanno neanche loro. Una mera consolazione, l’ennesima conferma di quanto loro provino le nostre stesse emozioni.

“Non ci è dato sapere cosa ci riserverà il futuro”, penso parcheggiando la macchina, aprendo la porta di casa.

C’è però un’unica certezza.

La musica ci sarà sempre, e, per quanto il destino lo permetterà, anche loro.

“I’m listening, I’m here now, I’m found.”

You’re no one, going nowhere

We’re all nothing in the end

We’re weightless, floating endlessly

We’ll be dust again in the end

Are you forever looking back

At the past between the cracks?

Inventing sense when none is at

Throwing sparks into the black

Heaven knows what’s underneath

I use these words without belief

Does heaven help you when you pray?

I don’t think so anyway

You’re no one, going nowhere

We’re all nothing in the end

We’re weightless, floating endlessly

We’ll be dust again in the end

These are complicated days

Chaos, confusion and decay

Black and white to endless grey

On the nights you laid awake

As the makeup gets applied

Seconds etching out the lines

All this emptiness inside

Nothing shiny or divine

You’re no one, going nowhere

We’re all nothing in the end

We’re weightless, floating endlessly

We’ll be dust again in the end

We’re waiting for the day

For hope to come our way

For something to believe in

To nullify this feeling

Looking for a sign

A light to guide the blind

To save us from our death throes

Where did all the time go?

You’re no one, going nowhere

We’re all nothing in the end

We’re weightless, floating endlessly

We’ll be dust again in the end.

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