
Un articolo che prima ti fa bestemmiare (titolone clickbait che ti fa uscire il calendario più di 15 e 18 quanto fa, cog*****), poi ti risulta piacevole e ben fatto, poi ti fa perdere mezza giornata a tirare fuori la “Dialettica dell’illuminismo” di Horkheimer ed Adorno solo per capire il senso di una frase che non riuscivo a tradurre.
Scusate la traduzione frettolosa ma sono piena di lavoro, insonnia ed allergia.
Viel Spaß beim Lesen! Buona lettura!
È LA FINE DEI 44 ANNI DI STORIA DEI DEPECHE MODE? (SÌ, QUESTO E’ IL TITOLO, PORCOBEEP)
Di Christian Bos
03.04.2024, 22:00 h
I tre concerti di Colonia segnano la fine del primo tour di Martin Gore e Dave Gahan come duo, un’impresa confortante e trionfale.
Mercoledì, una bomba americana da dieci tonnellate su un pontone ha sfidato la corrente del Reno. La sera, i Depeche Mode hanno tenuto il primo di tre concerti sold-out alla Lanxess Arena di Colonia, a poca distanza dal ponte. Causa ed effetto non si trovano qui, però Anton Corbijn dovrebbe comunque girare il video in bianco e nero di Dave Gahan che percorre il Reno in equilibrio su una bomba inesplosa.
Forse ringhierà “Don’t stare into my soul” con un baritono sprezzante, come ha fatto in “My Cosmos Is Mine”, il primo brano del set, con minacciosi colpi di martello elettronici, seguito da “Wagging Tongue”, che si innalza da una profonda depressione sugli accordi di “Trans-Europa-Express” dei Kraftwerk.
Entrambe le canzoni sono tratte dall’ultimo album della band, “Memento Mori”. Il fatto che i membri rimanenti dei Depeche Mode siano qui così esplicitamente consapevoli della loro mortalità è, ovviamente, legato alla morte improvvisa di Andrew Fletcher, il terzo equilibratore della band. Improvvisamente i due poli psicologicamente opposti, il geniale compositore e songwriter Martin Gore e il carismatico baritono e instancabile piroettatore Gahan, si sono trovati senza il mediatore che aveva tenuto insieme i Depeche Mode per più di 40 anni. I concorrenti dovevano tornare ad essere amici.
Dopo più di un anno, i tre concerti di Colonia segnano la fine del loro primo tour come duo, un’impresa sfidante, confortante e infine trionfante. Anche dal vivo si uniranno a loro solo Christian Eigner alla batteria e Peter Gordeno alle tastiere, senza sostituire Fletch. Ma quanto funzioni bene anche senza l’uomo tanto rimpianto lo si può sentire nel brano iniziale “Everything Counts”: Gore canta il ritornello implorante, Gahan tutto il resto, e alla fine l’intera arena canta insieme a martellanti accordi di organo a botte che accelerano verso una conclusione da brivido.
Le canzoni dei Depeche Mode non hanno sempre parlato di abbandono e disperazione? E hanno trasformato questa solitudine esistenziale in un’esperienza condivisa e ballabile? “Le cose si rompono, le cose si frantumano”, evoca Gahan nella successiva “Precious” – ma è proprio questa fragilità condivisa che costituisce il fondamento di questa band.
Ciò diventa ancora più chiaro quando Martin Gore si occupa della parte vocale di due canzoni. Nella versione singola di “Strangelove” del 1987, Gahan chiede sfacciatamente, su una linea di basso saltellante, un pas-de-deux sadomasochistico : Accetterai il dolore che ti darò? E me lo restituirai? Nella versione acustica di Gore, l’insistenza diventa una supplica, o ancora di più, una meraviglia quasi infantile su come si possa essere coinvolti in qualcosa come una storia d’amore in cui inevitabilmente ci si fa del male a vicenda.
Strano, anzi notevole, è anche l’amore che ora scorre tra pubblico e interprete. Gore si trova alla fine della breve pedana del palco, in mezzo alla folla; nei primi piani sui LED wall a sinistra e a destra del palco, il 62enne con la sua zazzera bionda di riccioli sembra in realtà un bambino precocemente invecchiato, come J.F. Sebastian, l’ingegnere genetico di “Blade Runner”, che si costruisce giocattoli viventi come compagni.
“Strangelove” conduce a un secondo numero acustico, “Home”, in cui il “suono più solitario sul palcoscenico più vuoto” di Gore porta finalmente all’unione: “La patria è evasione”, dice Adorno. La canzone termina con un coro senza parole. Il pubblico si sente, giustamente, interpellato, prende il sopravvento e continua la melodia. Gahan ritorna sul palco e i due opposti si abbracciano al suono di “Ohoho”.
Queste due canzoni mancavano ancora a Düsseldorf la scorsa estate. È stato il momento clou del concerto di Colonia? Oh no, non si sa nemmeno da dove cominciare. Dopo un inizio un po’ stentato, già da “Walking in My Shoes” non c’è stata più nessuna sosta. Tra l’altro, in totale contraddizione con l’avvertimento di Gahan che difficilmente possiamo metterci nei suoi panni (perché i frutti proibiti che ha assaggiato sono troppo in alto per noi), chiede nella sua arringa. “volete mettere questa scarpa in questo momento?”
Tra l’altro, il cantante indossa degli stivaletti bianchi e il modo in cui ci gira sopra per due ore, toccando la punta delle scarpe con le dita, facendo ancheggiare come un Elvis di gomma tenuto insieme da un pezzo di filo, devono essere stivali magici. Alla fine dello spettacolo – dopo essersi appena sfogato con “Just Can’t Get Enough” come se fosse ancora la faccia da latte di 19 anni indossata dalla sua giacca di pelle e non il contrario nel video della canzone – Gahan non sembra affatto voler lasciare il palco, si inchina in ogni angolo, si asciuga il sudore dalla fronte con un altro asciugamano e lo lancia tra le braccia tese dei fan come se fosse Elvis in carne e ossa.
Nessun altro avrebbe voluto che finisse, i 130 minuti sono volati, volevi aggrapparti ad essi come al riff di tastiera di “Policy of Truth”, volevi sentire Gahan abbassare la voce nella ballata sessualmente sottomessa “In Your Room”, o come il blues del Delta e l’elettronica europea si uniscono in “Personal Jesus”, l’ultimo brano della serata, per creare l’ultima possibile musica rock del XX secolo.
I Depeche Mode hanno fatto a meno di “World in My Eyes”, la canzone preferita di Andrew Fletcher. In estate l’avevano suonata come animazione per il loro collega deceduto. Invece, Gahan gli dedica “Behind the Wheel”: il viaggio continua, i morti restano in disparte. Potrebbero andare avanti così per sempre, o fermarsi al culmine dei loro 44 anni di storia. Gahan e Gore stanno insieme sulla rampa, cantando “Waiting for the Night” come un duetto struggente: la notte ci salverà, renderà tutto sopportabile, e nell’arena ognuno cade nella propria oscurità.
Versione originale: https://www.ksta.de/…/depeche-mode-in-koelner-lanxess…
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