
Guardo l’orologio in continuazione. Ormai è quasi il momento.
Il momento che aspettavo da 17 anni.
Questa cosa potrà sembrare un cliché, ma in tedesco “stranamente” (perché tutti dicono che il tedesco suona perennemente incazzato) abbiamo una parola con un suono un po’ duro che per l’appunto significa “suono”
Questa parola è “Der Klang”.
Può indicare un suono duro o un suono morbido, non c’è differenza.
Ecco, non ho mai avuto percepito la sensazione del suono della parola “Der Klang” fino all’inizio di “My cosmos is mine”.
Ogni battito mi rimbomba dalla testa ai piedi ed il mio cuore sembra sul punto di esplodere. Sento le note entrare nelle mie orecchie, scorrere nelle mie vene e l’elettricità,i neurotrasmettitori e gli ormoni inondano il mio cervello e mi trovo nella pace dei sensi…
Finalmente… Questo è il gran momento…
Finché non li vedo.
Lì divento una statua di sale.
La parte razionale di me, che di solito analizza ogni suono come se ognuno si trovasse su diverse tracce di un mixer si spegne.
Non mi era mai capitato.
Rimango imbambolata come un’idiota, con gli occhi spalancati. Non ho bene l’idea di quanto tempo sia passato quando improvvisamente mi giro verso una ragazza accanto a me e gli chiedo “Li vedi anche tu? Esistono davvero in carne ed ossa? Non è un’allucinazione causata dal caldo?”
La ragazza mi conferma che sì, sono lì in carne ed ossa. Vado un attimo al bar per prendermi una cola e dico ai baristi:
“Adesso capisco mia mamma quando mi spiega le apparizioni della Madonna.”
Durante tutta “My cosmos is mine” e “Wagging tongue” rimango lì inebetita e non riesco a reagire. Nella mia testa è un turbinio di emozioni: felicità, ammirazione, shock, totale incredulità.
Questa Impasse si risolve da sola quanto inizia “Walking in my shoes”.
La parte razionale del mio cervello si risveglia ed inizia finalmente a processare quello che sta succedendo ma lo shock viene sostituito dal vomito emozionale personale che mi causa questa canzone.
“Walking in my shoes” è musicalmente struggente e liricamente devastante per tutte le persone che si sono sentite accusate per essere state in una situazione difficile. Mi sa che saremmo in tanti a cantare in modo particolarmente liberatorio quel:
Now I’m not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes
You’ll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
If you try walking in my shoes
…
I’m not looking for a clearer conscience
Peace of mind after what I’ve been through
And before we talk of any repentance
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes
You’ll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes
Assoluzione? Coscienza sporca? Pentimento? Rimorso?
Magari.
Un breve respiro è dato da “It’s no Good” in cui tutto lo stadio si scatena a ballare.
Una cosa che mi colpisce sempre di “It’s no good” è che, nonostante la sua età, sembra uscita nei giorni nostri. Suona così moderna e futuristica che non stanca e non invecchia per niente!. La linea di basso ti sposta da sola, i suoni da Enterprise sembrano venire dall’anno 3000 e quel ritornello è fatto per essere cantato.
Non vorrei usare il termine “perfetto” a sbafo, ma secondo me questa canzone è perfetta. Dal vivo poi rende ancora di più come dinamica ed è assolutamente una delle canzoni che non dovrebbe mancare mai nel loro repertorio live. Potrebbe essere migliorata solamente da Dave e Martin con i loro costumi e capigliature del video… Sarebbe un momento epico.
Dopo questo momento di euforia si torna nella tristezza della combinazione Sister of Night – In your Room.
“Sister of night” è quella canzone che rappresenta una cesura nella vita di Dave.
L’unico brano uscito dall’Electric Lady Studio di New York, registrato in multiple takes perché la voce di Dave era ormai ridotta malissimo dopo anni ed anni di abusi di droghe.
Ho nella mia mente quell’immagine di Dave, davanti al microfono con cuffie su, una sigaretta in mano e gli occhi chiusi, non si sa se in pensiero, per la stanchezza o per il classico assopimento da eroina.
Invece adesso ho davanti a me un Dave in splendida forma e penso a tutta la forza che ha avuto per uscire da quell’inferno. Mi chiedo cosa stia pensando in questo momento, o cosa stia pensando quando canta canzoni che provengono da Songs of Faith and Devotion.
“L’unica voce di [Ultra] che ho registrato agli Electric Lady Studios – l’unica voce che ho eseguito fatto – è stata ‘Sister Of Night’. Riesco a sentire quanta paura avevo. Sono felice che sia lì a ricordarmelo. Vedevo il dolore che stavo causando a tutti”.
Qualsiasi sia il desiderio su “Sister of Night”, è un desiderio distruttivo che tutto consuma.
E’ un bene che questa canzone rimanga come monito del fatto che non tutti i desideri vanno esauriti e che il piacere non porta sempre a buone cose.
Sister of night
When the hunger descends
And your body’s a fire
An inferno that never ends
An eternal flame
That burns in desire’s name
Sister of night
When the longing returns
Giving voice to the flame
Calling you through flesh that burns
Breaking down your will
To move in for the kill
Oh sister
Come for me
Embrace me
Assure me
Hey sister
I feel it too
Sweet sister
Just feel me
I’m trembling
You heal me
Hey sister
I feel it too
I feel it too. I feel it too, quel bisogno di non essere i soli a sentire questo buco dentro.
“In your room” continua questo momento malinconico.
Uno dei testi più belli di Martin, un capolavoro di ambiguità che ognuno può interpretare come vuole.
Dopo la prima parte delicata, voce, chitarra e piano, la canzone esplode e Dave con lei. Si muove come una pantera che si muove sul palco ed attacca il pubblico, poi piroetta piroetta con l’asta del microfono a fare da partner e bilanciamento con una tecnica non male per non essere un ballerino.
Dave e Martin cantano insieme questa canzone sulla codipendenza, ed è significativo vedere Dave cantare ponendosi fisicamente verso Martin, dimenticando momentaneamente il pubblico. Dave e Martin sono due pianeti che sono sempre girati uno intorno all’altro, e che nonostante tutti i problemi, le divergenze e il tentativo di uscire l’uno dall’orbita dell’altro, sono fatti per rimanere insieme, l’uno accanto all’altro, ad accompagnarsi ed elevarsi.
Ci sono voluti decenni e la triste dipartita di Andy, ma finalmente l’hanno capito. Questa nuova sintonia si può vedere chiaramente sul palco. Sorrisi, baci, abbracci ed un filo invisibile che lega queste due persone.
“Everything counts” è un altro dei successi degli anni 80, ma pure questa sembra una canzone venuta dal futuro, come “It’s no good”. I synths sono più freschi ed originali del 90% delle produzioni musicali dei nostri tempi, l’uso della ciaramella e della melodica per sottolineare alcune parti della canzone chissà a chi verrebbe mai in mente, ma ci sta benissimo! Se si pensa che in questo periodo i nostri andavano in giro per cantieri e simili in cerca di qualsiasi rumore interessante da campionare, non si può non rimanere impressionati dall’inventiva e dallo spirito innovativo di questi ragazzi. Il testo anti-capitalistico poi è più attuale che mai, nella società iper competitiva e consumeristica di oggi.
Penso di essere una delle poche persone a cui “Precious” piace fino ad un certo punto, quindi preferisco saltarla.
“My favourite stranger” è una delle mie canzoni preferite di Memento Mori, e qualcuno potrà trovarla un po’ ripetitiva, ma a me quel giro di basso pompa come non pochi. La trovo cattiva, misteriosa, aggressiva con tutti questi lick di chitarra che sembrano graffiarti. La trovo un po’ un ritorno ai Depeche Mode oscuri di una volta e per questo mi piace assai.
E’ il momento di “Home”.
Martin si sposta sulla piattaforma ed inizia a cantare il suo inferno personale. Il cuore mi si stringe come in una morsa.
Home è il perfetto esempio di come una ballata possa arrivare al cuore senza essere però melensa.
La produzione di Tim Simenon, questo beat lento che crea una sensazione quasi di attesa, intesa come attesa per l’inizio della narrazione di Martin. Gli archi accompagnano la canzone, dando il tono a vari punti della canzone e sostegno alla confessione di Martin.
Feels like home
I should have known
From my first breath
God send the only true friend
I call mine
Pretend that I’ll make amends
The next time
Befriend the glorious end of the line
And I thank you
For bringing me here
For showing me home
For singing these tears
Finally I’ve found
That I belong here
Pensare a quel “Befriend the glorious end of the line” mi dà sempre i brividi. Grazie Martin, per aver tenuto duro. Ne so qualcosa.
Gli archi finali danno una sensazione di respiro, di liberazione. Martin sembra come se si fosse tolto un peso dal petto, conduce il pubblico come un direttore d’orchestra e tutti lo seguono.
C’è gratitudine nel mio viso e nel viso di tanti altri, per avere qualcuno che mette per iscritto le nostre sensazioni, paure, dubbi. Qualcuno con cui ci possiamo identificare.
L’uomo con le ali, un angelo pieno di talento e dolcezza.
Di nuovo grazie, Martin.
Che sorpresa! Non mi sarei mai aspettata “But not tonight”.
Lo stadio è completamente illuminato dalle luci dei cellulari a fare da moderni accendini con cui non ti ustioni, per fortuna.
Una canzone dolcissima ed un testo in cui traspare un Martin felice che per un momento si isola dal tornado di fama creato con Violator e riflette sulla bellezza di un momento di vita semplice, senza tutti gli eccessi che ormai hanno ridotto i Depeche Mode al peggiore dei cliché.
Just for a day on a day like today
I’ll get away from this constant debauchery
The wind in my hair makes me so aware
How good it is to live tonight
And I haven’t felt so alive in years
…
The moon is shining in the sky
Reminding me of so many other nights
When my eyes have been so red
I’ve been mistaken for dead
But not tonight
Sarebbe stato bello se se lo fosse ricordato negli anni dopo, durante lo sfacelo di Songs of Faith and Devotion. La pioggia ed il vento che ripuliscono l’anima, il riuscire a stare bene con sé stessi anche da soli, senza le bugie che ci diciamo, il caos che cerchiamo ed i mezzi che usiamo per mettere a tacere la voce dentro di noi.
“Ghosts again” è una canzone che è melanconica e speranzosa insieme. Dopotutto cosa sono i Depeche Mode se non la perfetta rappresentazione della dualità dell’essere umano? Sentire “Everybody says goodbye” e pensare a Fletch è dura, anche perché la sua dipartita è avvenuta in un modo così improvviso, però quel “We’ll be ghosts again” dà quella speranza di ritrovarsi un giorno in un posto migliore.
E’ strano perché a questo momento inizia il suono distorto più preparatorio delle sirene dell’acqua alta a Venezia.
E’ ora di “I feel you”.
Ogni pensiero sulla morte e sulla vita viene annichilito dall’orgasmo mentale che questa canzone provoca. Il riff di Martin e la cantata allungata di Dave fanno venire voglia di strusciarsi pesantemente sulla prima superficie utile o di ingropparsi la prima persona utile. C’è qualcosa di così discordante tra il testo che sembra parlare di questo sentimento come un ascensione al Paradiso e la musica così aggressiva e sensuale.
I feel you
Your precious soul
And I am whole
I feel you
Your rising sun
My kingdom comes
Pure i tempi tra le ultime strofe hanno un tono aggressivo e anticipatorio, come se stessimo proprio per arrivare al climax della canzone (e nella mia testa pure ad un altro, volendo).
Ok, alla fine stiamo parlando di Martin Gore che pensava che il sesso fosse la sua religione, che poi è lo stesso Martin Gore principe BDSM, quindi… Perdonatemi il paragone.
Parlando di sirene spaccatimpani, “A Pain that I’m used to” non è una canzone che mi piace particolarmente. L’unica cosa che trovo interessante è il testo, risalente all’epoca degli screzi tra Dave e Martin.
Inizia “World in my eyes” e l’immagine di Andy compare sui maxischermi. Credo che l’intero stadio abbia un nodo in gola e stia trattenendo una lacrima in questo momento.
Moderna, minimale e sensuale, è tanto sofisticata quanto “I feel you” è sfacciatamente sexy.
Sinceramente a me non fa più questo effetto, purtroppo, perché da quando Andy non c’è più non faccio altro che vedere il suo viso nella mia mente quando ascolto questa canzone. Spero solo che ci stia guardando da lassù e che veda tutto l’affetto che i suoi fan provano per lui.
Ci manchi Andy.
“Wrong” mi fa venire voglia di urlare ogni volta che la sento, perché è come sentirsi elencare tutto il male che c’è in te, tutte le cazzate che hai fatto e tu sei lì a mettere le crocette a testa bassa ripensando alle cose peggiori che hai combinato. Per questo approfitto per fare una pausa toilette tattica perché altrimenti mi scoppia il fegato.
E poi… “Stripped”. Mi sto ancora lavando le mani che sento l’arpeggio iniziale ed esplodo in un “Cazzo!!!!” che avranno sentito fino non so dove. Mi metto a correre, supero la security, continuo a correre ed arrivo alla nostra postazione rialzata col fiatone. Peccato che non avessi visto che c’era un’altra guardia della sicurezza che mi è corsa dietro per controllare il mio pass. Ok, chiedo scusa, ma c’è “Stripped” e ho sbroccato pesantemente per un momento.
“Stripped” è la mia seconda canzone preferita (dietro “Barrel of a Gun” per motivi sentimentali). Ogni volta che l’ascolto le mie viscere si attorcigliano ed il mio cuore cerca di uscire dal mio petto, per non parlare del pianto isterico.
Non so perché, questa canzone è talmente sincera che mi toglie il fiato. Forse è il desiderio che qualcuno ti dica nella realtà queste parole, qualcuno che ti vuole come sei, nel mezzo della natura, senza distrazioni.
La parte quasi tentativa delle strofe introduce poi quel ritornello in crescendo che puoi solo cantare come se fosse un coro da ultras.
Come with me into the trees
We’ll lay on the grass and let the hours pass
Take my hand, come back to the land
Let’s get away, just for one day
Let me see you stripped
Down to the bone
Let me see you stripped
Down to the bone
Metropolis has nothing on this
You’re breathing in fumes, I taste when we kiss
Take my hand, come back to the land
Where everything’s ours for a few hours
Let me see you stripped
Down to the bone
Let me see you stripped
Down to the bone
Let me hear you make decisions
Without your television
Let me hear you speaking just for me
Let me see you stripped
Down to the bone (let me hear you speaking just for me)
Let me see you stripped
Down to the bone (let me hear you crying just for me)
Let me see you stripped
Down to the bone (let me hear you speaking just for me)
Il bridge synth strumentale prima dell’ultima strofa mi devasta emozionalmente, e l’ultima strofa con Dave e Martin in controcanto non lo so, mi fa un effetto che sinceramente non riesco a spiegare a parole (o ci riuscirei ma mi autocensuro e ve lo risparmio)
“John the Revelator” fa scatenare chiunque. Un blues trascinante con tutti questi hooks che lo trasformano quasi in una filastrocca nella parte centrale. Lo stadio si trasforma in una chiesa metodista e tutti ballano e cantano. Ci manca solo il coro gospel e siamo al completo!
“Enjoy the Silence” non ha bisogno di essere recensita. Una delle canzoni più brillanti di tutti i tempi. Siamo tutti d’accordo e basta.
I nostri cari fanno un inchino e si prendono un momento di riposo, giustamente. Non solo per la fatica effettiva di cantare a suonare, ma anche perché nonostante sia sera, il caldo si fa comunque sentire.
E’ il momento del Bis. Dave e Martin si portano alla fine della passerella ed iniziano a cantare insieme una versione acustica di “Waiting for the night”.
Been waiting for the night to fall (night to fall)
I knew that it would save us all (save us all)
Now everything’s dark
Keeps us from the stark reality
Been waiting for the night to fall (night to fall)
Now everything is bearable (bearable)
And here in the still
All that you feel is tranquillity
Che dire. Le voci di Dave e Martin sono fatte per armonizzare insieme. Il caldo baritono di Dave ed il dolce tenore di Martin sono due miscele che, messe insieme, creano questo suono che ti colpisce direttamente al cuore e non prende prigionieri.
Ci cullano entrambi con questa ninna nanna che trasmette tutta la tranquillità della notte, una notte che ci separa dalla realtà e che rende tutto sopportabile, proprio come le loro canzoni.
Martin conclude con uno dei suoi cori accompagnati dal pubblico, facendo venire i peli d’oca con la sua voce struggente.
“Waiting for the night” finisce, Dave e Martin si abbracciano, si fanno l’inchino l’uno all’altro e si sorridono. Io mi sto commuovendo, voglio vederli felici ed insieme per sempre, nei secoli dei secoli, amen.
“Just can’t get enough” è una di quelle canzoni che devi fare per forza, dato il suo enorme successo ai tempi. Musicalmente la trovo ancora molto valida, anche se effettivamente un po’ giovanile, per il resto la canti come cantavi le canzoni da adolescente e fai festa.
“Never let me down again”… Ah, il mio amato inno a farsi gli amici al di là del proprio sesso!!! Non voglio considerare le droghe perché di gente finita male ne ho già vista abbastanza. Meglio pensare alla camporella ed a fare cosacce in macchina (o in furgone) con chi vuoi tu.
I’m taking a ride
With my best friend
I hope he never lets me down again
He knows where he’s taking me
Taking me where I want to be
I’m taking a ride with my best friend
We’re flying high
We’re watching the world pass us by
Never want to come down
Never want to put my feet back down
On the ground
I’m taking a ride
With my best friend
I hope he never lets me down again
Promises me I’m as safe as houses
As long as I remember who’s wearing the trousers
I hope he never lets me down again
Never let me down
See the stars, they’re shining bright
Everything’s alright tonight
Al di là del crescendo nel campo di grano finale, questa canzone ha un posto speciale nel mio cuore perché mi ricorda dei momenti felici di altri tempi (mi astengo dal fornire dettagli).
In questa serata così significativa, trovo un momento per guardare le stelle.
See the stars, they’re shining bright
Everything’s alright tonight
Tutto è a posto con il mondo.
“Personal Jesus”. Un’altra canzone che non ha bisogno di giudizi.
E’ triste vederli uscire dal palco ma purtroppo nulla dura per sempre. Li guardo fino all’ultimo secondo possibile con gli occhi pieni di gratitudine per tutta la meravigliosa musica che ci hanno donato e per questa bellissima serata. Sono sicura che abbiano percepito tutto l’amore che il pubblico, me compresa, ha dimostrato nei loro confronti.
Esco dallo Stadio Dall’Ara in velocità per cercare di arrivare al parcheggio il più velocemente possibile. Fortunatamente il biglietto speciale mi ha permesso di parcheggiare vicino e quindi me ne vado via subito, senza trovare traffico.
Un’ora e mezzo per arrivare a casa, guardando le righe della strada ed andando piano perché la stanchezza si fa sentire.
Però… Cazzo… Se domani dovessi morire andrebbe bene così.
Ho coronato il sogno della mia adolescenza. Sono stata bene ed adesso so con certezza che, impegni di lavoro a parte, cercherò di vederli ogni volta che posso perché di concerti ne ho visti tanti, ma nessuno mi è entrato dentro e mi ha riempito il cuore come i Depeche Mode. Non so spiegarmi il perché.
In realtà il perché lo so, ma è difficile spiegare a parole. L’unica cosa che posso fare è esprimere la mia gratitudine e portare il ricordo di questa sera sempre con me.
Setlist
My Cosmos Is Mine
Wagging Tongue
Walking in My Shoes
It’s No Good
Sister of Night
In Your Room (Zephyr Mix)
Everything Counts
Precious
My Favourite Stranger
Home
But Not Tonight
Ghosts Again
I Feel You
A Pain That I’m Used To (Jacques Lu Cont’s Remix)
World in My Eyes (Dedicated to Andrew Fletcher)
Wrong
Stripped
John the Revelator
Enjoy the Silence
Bis
Waiting for the Night (Acoustic)
Just Can’t Get Enough
Never Let Me Down Again
Personal Jesus
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