Contro il logorio della società moderna

OPINIONI – 15.2.2024 – DEPECHE MODE, MERCEDES-BENZ ARENA, BERLINO

Ore 17.30.

Sono in coda per il parterre davanti alla Mercedes-Benz Arena, in una posizione abbastanza favorevole. Questo è il secondo dei tre concerti che i DM faranno qui a Berlino, e forse per questo trovo molta meno coda di quanto pensassi. Da bravi teutonici alle 18 spaccate si aprono le porte, ci si muove in maniera ordinata e dopo gli obbligatori controlli di sicurezza si procede altrettanto ordinatamente verso l’area davanti al palco. Come amo questo paese.

Braccialettino messo, e poi vado lì, il più vicino possibile.

Ho la grande fortuna di essere circondata quasi totalmente da ragazze, il che mi permette una buona visione del palco nonostante la mia altezza scarsa, e stranamente gli uomini presenti non sentono il bisogno di oscurare la vallata.

Non mi sembra neanche vero: La mia peggiore paura, quella di essere circondata da un sacco di persone e non potermi muovere né scappare in caso di un pericolo esistente o meno è quasi assente. Mi sento bene. Una cosa del genere, due anni fa, non sarebbe stata neanche lontanamente pensabile. Dio benedica il Depakin.

Per garantire il mio posto vicino al palco, in quanto persona senza compagnia, ho messo in campo tre strategie:

1) niente andare al bagno

2) niente acqua per evitare il problema n 1

3) niente cibo, solo una barretta (perenne terrore del cibo fuori di casa dopo un’intossicazione alimentare, abbiate pietà)

Mi aspettavano 3 ore circa di attesa, tre quarti d’ora di Supporting Act (In questo caso Humanist) + 2 ore e passa di concerto.

Ce la posso fare.

Il tempo passa chattando un po’ sul cellulare, guardando video su YouTube e cose così. È un’attesa lunghissima ma finalmente è arrivato il momento del Supporting Act, Humanist.

Partiamo dal presupposto che tutti i Supporting Act meritano di essere rispettati. A volte li ho trovati in linea con l’atmosfera dei Main Acts, a volte proprio no.

Tipo: Il Supporting Act che ho visto a Bologna, Haelos, francamente l’ho trovato gradevole, ma niente di più. Diciamo che passare da loro ai DM era come passare dallo stare fermi senza fare riscaldamento a ballare di colpo. Poca continuità, pubblico più freddo.

Ecco. con “Humanist” è stato come passare da scaldarsi alla barra e poi passare al centro e darci sotto.

Non mi soffermo troppo con loro perché il focus di questo articolo sono i Depeche Mode, ma ci tengo a dire che non conoscevo prima questo artista, e per me è stata una piacevolissima sorpresa.

Rob Marshall è uno scrittore e polistrumentista purtroppo troppo poco sconosciuto. L’aggettivo che darei per la sua musica è: Ipnotica.

Complice lo sfondo nero del palco e delle semplici luci bianche, non c’è niente che distragga dalle melodiche atmosfere dark e dalla trascinante carica che esce dalle chitarre di Marshall e Jimmy Gnecco, secondo chitarrista e una delle due voci del gruppo. Lui e James Cox, bello e tenebroso, interpretano un catalogo di canzoni cantate in realtà da altri interpreti, tra i quali tra l’altro figurano il nostro Dave e l’enorme e compianto Mark Lanegan.

Ovviamente non sono panni in cui è facile mettersi, ma i due non si fanno spaventare e la loro performance è eccellente.

Altrettanto eccellente è la sezione ritmica di Scott Pemberton alla batteria e Wendy Rae Fowler al basso, entrambi con un gran tono ed un tiro che fa smuovere le teste ad un bel po’ di persone.

Il tempo passa velocemente ed il brusio nell’arena aumenta. Parte la playlist techno di Martin e tutti, intendo dire proprio tutti, ballano ed e fanno ancora più rumore per dimostrare il loro apprezzamento. Siamo a Berlino dopotutto, qui la techno è di casa e Martin lo sa bene.

Le luci si spengono.

Intro, “Speak to me” (outro).

Dei riverberi si sprigionano nell’aria. Luci azzurre simulano il battito di un cuore.

La sezione finale di “Speak to me” accelera pulsante, tra drum machines, tape machines ed echi sintetici verso la sua conclusione… O non conclusione?

Entrano Martin, Peter e Christian.

Un momento di silenzio. Il loop ricomincia.

Prima canzone, “My cosmos is mine”.

I battiti di “My Cosmos is mine” e la stasi presente sul palco, con Martin dietro le tastiere, Peter al basso e Christian alla batteria, sembra quasi l’inizio di un saggio di danza o una rappresentazione teatrale, nel quale si prende posizione e si aspetta che la musica inizi, o se la musica è già iniziata, si aspetta l’inizio della propria parte.

A proposito di danzatori, a metà della parte strumentale all’inizio di “My Cosmos is mine”, man mano che il ritmo incalza, abbiamo l’entrata del nostro primo ballerino, il nostro torero nell’arena, Mr. Dave Gahan,

Avanza come una pantera, si mette in uno squat profondo che pur aiutato dal tacco degli stivaletti, complimenti perché a quell’età fare uno squat così, molleggiare ed alzarsi con tanta fluidità è una roba veramente non da poco.

Il sig. Gahan fa il pieno dell’energia del pubblico, comanda la nostra attenzione e va a prendere il suo posto al microfono.

I primi due versi sono delle semplici affermazioni che mettono subito in chiaro il tono del testo.

Ho sentito molte opinioni sul fatto che “My Cosmos is mine” è un inizio un po’ sottotono, un po’ scialbo, non dà la carica. Secondo me invece è tutto il contrario. Nel senso: Mi piace che sia lento perché in un certo senso album è una sorta di requiem nei confronti del povero Fletch, pace all’anima sua, e mi piace che inizi così un ritmo così lento ma allo stesso tempo così battuto e che poi cambi dinamica nel bridge, dove diventa incalzante in un crescendo continuo man mano che le parole diventano più disperate e con un sempre maggiore senso di urgenza:

“No war, no war, no war

No more, no more, no more, no more

No fear, no fear, no fear, no fear

Not here, not here, not here, not here

No rain, no clouds

No pain, no shrouds

E soprattutto:

No final breaths

No senseless deaths”

Niente respiri finali, niente morti senza senso. Cosa c’è più insensato della morte di Andy?

Eliminato il peso sulle spalle, il resto del brano sembra essere già un po’ più leggero, fatto più di ripetizioni, come a voler puntare i piedi e chiarificare una volta per tutte un concetto, e come avevo già detto prima per quanto riguardava i personaggi che prendono posizione, la performance di questa canzone rimane praticamente statica. Martin è un altero principe in argento e Dave è quasi fermo, in completo contrasto con la sua natura. Questa canzone è una riflessione e merita rispetto. Il tempo di danzare non è ancora arrivato.

Secondo me questa canzone è la perfetta introduzione per questo tour. È un saluto sentito per Fletch all’inizio e poi, progredendo, man mano, diventa una celebrazione alla vita. Penso che a lui sarebbe piaciuto moltissimo.

Seconda canzone, “Wagging Tongue”.

Mi cospargo il capo di cenere e ammetto pubblicamente che questa canzone non mi aveva appassionato più di tanto all’inizio, ed invece adesso è una delle mie preferite.

È vero, un po’ ricorda come struttura “Europe Endless” dei Kraftwerk, ma a grandi righe… Magari può essere inteso come un omaggio ma finché non lo dicono loro è meglio non esagerare coi paragoni… Comunque è veramente una bella canzone, e mi piace davvero tanto sentire Dave e Martin cantare insieme, o armonizzare. È semplicemente… Quello che deve essere.

Terza canzone, “Walking in my shoes”.

Il pubblico si scalda, il Re gira, gira, gira. Lascia uscire il suo interno Elvis Presley e si aprono le danze. Sono divisa tra l’enorme apprezzamento di “Walking in my shoes” che ho a livello musicale e la sensazione di totale vomito che mi dà il testo, non perché il testo faccia schifo, è completamente il contrario, ma perché fa un male cane, e anche se è passato tanto tempo, sembra che alcune ferite non si cicatrizzino mai.

La melodia al piano è una delle cose più belle che io abbia sentito in vita mia. È così struggente ma ti dà anche una sensazione di speranza, parte in minore all’inizio ed in maggiore poi. Mi piace che la parte nei versi sia così monotono, quando parla di tutte le cose che ha fatto, e che poi nel bridge vada sempre in crescendo, come per dire difendere la sua tesi (alla Condemnation) ed alla fine sputare la sua sentenza (sempre alla Condemnation).

Alla fine tutto “Songs of Faith e Devotion” è tutto un paraculismo, nel senso che tutti i testi sono Martin che si sente in colpa ed ha la coscienza sporca di quello che sta facendo e cerca di pararsi il culo in ogni modo. Ecco qui l’ABC della persona dipendente da sostanze!!!

I would tell you about the things they put me through

The pain I’ve been subjected to

But the Lord himself would blush

The countless feasts laid at my feet

Forbidden fruits for me to eat

But I think your pulse would start to rush

Now I’m not looking for absolution

Forgiveness for the things I do

But before you come to any conclusions

Try walking in my shoes

Try walking in my shoes

Aahhh basta, ne ho già viste troppe sotto quel punto di vista.

Comunque, avrei due-tre persone alle quali vorrei cantare “Walking in my shoes” in faccia, ma tanto non servirebbe a niente, quindi mi limito a cantarla ad una figura invisibile, tirando fuori tutta la mia rabbia.

I’m not looking for a clearer conscience

Peace of mind after what I’ve been through

And before we talk of any repentance

Try walking in my shoes

Try walking in my shoes

Almeno per un po’ è catartico.

In un momento sento qualcosa che raramente ho provato nella mia vita. Dave si avvicina alla mia parte del palco, e anche se non è proprio vicinissimo (saranno due metri circa), guarda fisso nella nostra direzione ed urla: “Say what?!”, ed il pubblico risponde “Try walking in my shoes!”

Ora, io non sono una di quelle fan che si fa le storie sui cantanti / musicisti preferiti, ma in quel momento ho come sentito come se ci fosse uno scambio di parole tra di noi. È quello che per me sarebbe veramente un sogno. Non sono tipo da foto, da urletti o cose del genere, ma tutto quello che vorrei è una stretta di mano, un fugace squarcio nel loro mondo creativo e anche una continua ispirazione nell’andare avanti dopo essere caduti nei burroni della vita.

È una stupidaggine, ma è un modo di pensare che alla fine sono solo persone come noi, certo più talentuose e ricche, ma sempre pieni di pregi e difetti e con le stesse emozioni che abbiamo noi.

Quarta canzone, “It’s no Good”.

E finalmente ci siamo tolti tutta sta rabbia ed andiamo a ballare duro! Dirò fino alla nausea che questa canzone è senza tempo, che è semplicemente perfetta! Ha tutte le caratteristiche della canzone “popolare” in un certo senso, soprattutto nel ritornello che sembra fatto apposta per essere cantato dalla folla come una filastrocca, però allo stesso tempo dal punto di vista sonoro è ha suoni avventuristici, una chitarra graffiante ed ha un ritmo che ti fa muovere da solo (Tim Simenon – Bomb The Bass in cattedra e si sente)

È bellissimo vedere Dave e Martin interagire insieme sul palco. In questo simpatico siparietto, Martin sembrerebbe cercare di trafiggere Dave con la sua chitarra mentre Dave lo incita a farlo e si pugnala il cuore con il microfono.

Non c’è niente di allegorico in tutto ciò, giusto? Giusto?

Tipo “Where were you when I fell from grace” in Suffer Well?

Tipo Dave con basettone ed occhiali da sole che guarda Barbie Sposa Principessa Martin con uno sguardo da cane bastonato nel video?

Ma siamo a Berlino, qui se uno vuol essere masochista a noi sta bene, ma dato che adesso andate d’accordo penserò a scenari più piacevoli e mi fermo qui perché dobbiamo parlare di musica, dai.

Ok, facciamo che interpretano un toreador che incita un toro. E niente, le allegorie sono inevitabili.

Quinta canzone, “Policy of truth”.

E vabbè, che dobbiamo dire? Bellissima. Ha il classico suono di “Violator”, pulito, scarno, quasi essenziale direi, ma non in un senso cattivo. Cui tutto è al punto giusto, ben costruito, il finale di un processo di eliminazione di strati iniziato dopo “Black Celebration” e culminato, appunto, con “Violator”. Il bridge non si può non cantare come un canto da stadio.

Il problema è che con “Violator” il suono è talmente organico e coeso che l’album fluisce perfettamente da brano a brano. Molti lo considerano il pinnacolo della loro carriera, mentre per me è un po’ troppo perfettino per i miei gusti. Mi piace, ovviamente, ma non mi colpisce emotivamente o musicalmente come altri album.

Nota inutile: Dave ha fatto il su e giù con l’asta del microfono davanti a me. Perdonami Martin se per qualche secondo si è offuscato il mio giudizio.

Sesta canzone, “In your room”.

Le luci dell’arena si abbassano d’intensità e un alone blu si diffonde per tutto il palco.

Un’altra delle mie parti di piano preferite, con una bellissima progressione da semplici accordi prima, ad una elaborata melodia poi.

Le voci di Dave e Martin si amalgano come sempre alla perfezione, sciogliendosi nella dolcezza dei versi della canzone. Questa canzone è un perfetto esempio delle doti di chitarrista di Martin, che pur non essendo un John Petrucci, riesce a creare sempre delle linee melodiche all’apparenza semplici ma che sono impossibili da dimenticare.

Prima del secondo verso c’è un’esplosione di suono. Martin fa un breve assolo graffiante e Dave danza lungo tutto il palco. Poi, tutto ritorna tranquillo. Questa canzone è tutta una dicotomia. Forte, piano, forte, piano.

Dave e Martin continuano a cantare, le loro voci si sostengono l’un l’altro durante il ritornello, e la loro chimica funziona perfettamente. Non è una cosa che si può creare, esiste e basta.

Oh, e dato che siamo a Berlino, con questa canzone c’è un po’ di BDSM nell’aria.

Settima canzone, “Everything Counts”.

Senza tempo. Qui siamo agli inizi della creazione del suono che noi tutti conosciamo con Alan Wilder al timone, nei tempi di “Construction time again”, album riuscito a metà con buoni momenti ma ancora punti deboli. Questa canzone invece è già completa con tutti gli elementi presenti nell’era berlinese: Fiati e percussioni inusuali, ferramenta in generale, pezzi di cantiere e chi più ne ha più ne metta.

I miei elementi preferiti sono naturalmente lo shawl (quella specie di oboe), l’ocarina di Martin ed il tema della canzone, lo xilofono. Il testo in alcune parti è un po’ sforzato, ma il senso è più che chiaro. Lies and deceit. Bugie e inganno.

La parte centrale della canzone è divisa tra il celeberrimo bridge cantato da Martin con la sua voce vellutata ed il serissimo contrappunto di Dave nel ritornello.

The grabbing hands grab all they can

All for themselves – after all

The grabbing hands grab all they can

All for themselves – after all

It’s a competitive world

Everything counts in large amounts

Alla fine della canzone Dave cammina per tutta la lunghezza della passerella e si ferma alla fine, stringendo le mani delle persone che stanno lì sui lati. Beati loro. È così elegante, con questa grazia felina in ogni cosa che fa. L’ho già detto ma merita di essere ripetuto.

Ottava canzone, “Precious”

“Precious” è una di quelle canzoni che mi lasciano sempre parecchia tristezza addosso. Capisco che mettere in parole il proprio dolore sia una cosa positiva, però complimenti a Martin per riuscire a suonare e sentire questa canzone che a me sembra così personale.

Il fatto è che chi non ci si può non identificare in quel “Things get damaged, things get broken”? Forse è per quello che questa canzone ha avuto così tanto successo? Non lo so.

Semplicemente troppo triste, nonostante la speranza nell’ultima parte del testo.

Nona canzone, “My favourite stranger”

L’altro momento depressione è passato, finalmente. Peter imbraccia di nuovo il basso e l’energia di “My favourite stranger” conquista tutta l’arena. La sezione ritmica è qui protagonista, ma la corona la merita la serie di licks graffianti di Martin, che nella loro semplicità rendono la canzone ancora più aggressiva, fino ad arrivare alla parte quasi noise in cui una serie di note sostenute fanno ancora più cadere in un universo ipnotico dal quale è difficile uscire.

Una breve parte corale e poi è di nuovo l’ora della distorsione di Martin. Potrebbe suonare questa parte per altre due ore e starei lì a bocca aperta come un pesce nel mio paradiso sonoro.

Decima canzone, “Strangelove”

Un arpeggio acustico di Peter ci fa capire che è arrivata la parte acustica per l’appunto di Martin. Con cosa tireremo fuori i polmoni ed i fazzoletti stasera?

E Martin, consapevole di essere a Berlino ed inconsapevole della mia presenza (anche se si sarà sentito due occhi adoranti puntati addosso il 99% del tempo), decide di cantare Strangelove.

Il pubblico esplode a sentire le prime note. Se c’è qualcuno pronto a cantare quel bridge, quelli siamo noi.

Martin canta dolcemente, con quella voce che se pensi che è a cappella e non sbaglia UNA nota, c****, UNA, perfettamente sostenuta non gli balla neanche un secondo… Lui canta…

… Le sue paturnie amorose.

I give in to sin

Because you have to make this life livable – Perfettamente d’accordo.

Strangelove

Strange highs and strange lows

Strangelove

That’s how my love goes

Strangelove – Oddio come tutto così mieloso, mi sto addormentando.

Will you give it to me

Will you take the pain

I will give to you

Again and again

And will you return it – Ok la mia attenzione è tornata.

I give in to sin

Because I like to practice what I preach – Amen fratello amen.

Al momento di cantare il bridge, tutta l’arena a squarciagola si mette a chiedere a Martin:

Pain will you return it

I’ll say it again – pain

Pain will you return it

I’ll say it again – pain

Pain will you return it

I’ll say it again – pain

Pain will you return it

I won’t say it again

Uno di noi, Martino uno di noi.

( Domination’s the name of the game

In bed or in life, they’re both just the same

Except in one you’re fulfilled at the end of the day

Let’s play Master and Servant

Let’s play Master and Servant)

P.S. Articolo letto non ricordo dove. Titolo: Berlin goes Hard. Foto: Una tipa con un cartello con scritto sopra “Sputami addosso Dave”.

Poteva succedere ovunque, e invece…

Undicesima canzone, “Heaven”

Aiuto.

Questa proprio non me l’aspettavo. Già la canzone originale per me è un capolavoro di sensualità che merita di stare nell’Olimpo delle canzoni con cui fare cose che non sto qui a dire, e ritrovarmela cantata da Martin è stata davvero una sorpresa.

Qua devo citare tutta la canzone perché non c’è una parte preferita, un’espressione preferita. E’ un CAPOLAVORO, sì, in maiuscolo.

Sometimes I slide away

Silently

I slowly lose myself

Over and over

Take comfort in my skin

Endlessly

Surrender to my will

Forever and ever

I dissolve in trust

I will sing with joy

I will end up dust

I’m in heaven

I stand in golden rays

Radiantly

I burn a fire of love

Over and over

Reflecting endless light

Relentlessly

I have embraced the flame

Forever and ever

I will scream The Word

Jump into the void

I will guide the world

Up to heaven

Non lo so. Ditemi qualcosa perché io non so cosa dire. M’illumino d’immenso?

Naturalmente la voce di Martin non fa una piega. Intonato, sostenuto, tutto perfetto. Magari non perfetto perfetto perché non sono un’insegnante di canto, ma dal punto di vista di una persona non professionista a me sembrava perfetto. Se solo dovessi fare un piccolo appunto è che mi mancano le parti armoniche del ritornello, perché il adoro quando Dave e Martin cantano insieme a diverse tonalità, però… Ho visto davvero il paradiso.

È un angelo d’argento, con legacci sul polpacci ed anfibi ai piedi, una voce celestiale e capelli ormai cinerei, un sorriso da bambino in un volto da bambino un po’ invecchiato, e due ali nascoste che con ogni battito diffondono melodie dolci nell’aria.

Martin Lee Gore, signori e signore.

“The beautiful, beautiful angelic voice of Mr. Martin L Gore!”

Se Dave potesse risplendere di tutta l’ammirazione che prova per Martin, sarebbe la stella più luminosa dell’universo.

Un breve accenno a Peter e Christian e proseguiamo con la scaletta.

Dodicesima canzone, “Ghosts again”.

Ai primi accordi di “Ghosts again” una specie di magone mi stringe un po’ lo stomaco. La prima volta che ho sentito “Ghosts again” non sapevo cosa pensarne. Ero ancora nella mia fase di lutto per Fletch e mi sembrava troppo “felice” come canzone, tanto più per essere il primo singolo dell’album. Invece con il tempo ho imparato ad apprezzarne il significato. E’ un invito a vivere la vita perché il tempo scorre, e prima o poi saremo tutti fantasmi di nuovo e non c’è niente come una morte improvvisa a ricordartelo.

Wasted feelings

Broken meanings

Time is fleeting

See what it brings

Mi piace pensare a questa parte come al prima ed al dopo della morte di Andy. Prima sentimenti buttati, significati spezzati, ma poi ci si accorge che il tempo sta scappando velocemente e si vuole vedere che cosa porterà adesso. È come la relazione stentorea tra Dave e Martin, che a volte si amano, a volte si odiano, in generale non si capiscono tra di loro.

Poi accade una tragedia e ti rendi conto che hai perso un sacco di tempo in giri pindarici e filmini nella tua testa.

Devi ricominciare tutto d’accapo. Fa paura, ma è eccitante.

Dave indica tutti noi cantando “All my flowers” e la cosa è dolcissima. Sei pienamente ricambiato, carissimo.

Faith is sleeping

Lovers in the end

Whisper, “We’ll be ghosts again”

Pensavo fosse dedicata ad Andy? Forse sì, forse no.

Tredicesima canzone, “I feel you”.

E’ un po’ strano mettere dopo una canzone così dolceamara come “Ghosts again” l’inno edonistico dei Depeche Mode, “I feel you”.

Il riff di chitarra che fa sbavare pure i cani di Pavlov irrompe dopo il rumore iniziale e la temperatura dell’arena si alza pericolosamente.

Dave qui è un animale che si aggira per il palco come se fosse imprigionato in una gabbia. A parte i momenti in cui si china per sostenere le note più lunghe, si muove in continuazione con quest’andatura sicura, da étoile, da diva sulla passerella, ondulando i fianchi e accarezzando i capelli. Non c’è un centimetro quadrato di Dave Gahan che non sia espressivo in tutto quello che fa, pure quando regge il microfono. Le sue mani accarezzano l’aria e sembrano come segni di punteggiatura che sottolineano parti importanti delle canzoni, il modo in cui si muove è a volte scattante, a volte più fluido, ma uno strumento allo pari di tutti gli altri.

Ci sono questi tre richiami sui tre bridge che mi piacciono da morire, robe da nerd letterari:

You take me there

You take me where

The kingdom comes

You take me to

And lead me through

Babylon

Where heaven waits

Those golden gates

And back again

You take me to

And lead me through

Oblivion

Where angels sing

And spread their wings

My love’s on high – ah davvero? High d’amore o di qualcos’altro?

You take me home

To glory’s throne

By and by

Che poi anche questi possono essere riferimenti alle sostanze ed alla dissolutezza, leggendo tra le righe… Babilonia, che significa “Porta” in sumero, ilim è il genitivo di ilum, accadico per “dio”, Babilonia la città del male secondo il Nuovo Testamento.

Babilonia la Grande è l’appellativo attribuito talvolta dalla Bibbia alla città di Babilonia, quando viene utilizzata come simbolo del potere umano che si considera pari o superiore a Dio.

Nella Genesi, nell’episodio della Torre di Babele (Gen 11) Babilonia (Babele) rappresenta semplicemente una società umana incapace di raggiungere gli obiettivi che si è posta perché non si cura se essi siano in accordo con i piani divini. L’obiettivo, però, di innalzare una torre “la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome” sembra sottintendere l’obiettivo vanaglorioso di essere alla pari con Dio. 

Vi ricorda qualche periodo dei nostri?

Un’andata ai Cancelli Dorati ed un ritorno nell’Oblio.

Dal Libro dell’Apocalisse:

Uno dei setti angeli che avevano rovesciato le coppe concede a Giovanni di osservare la grande Babilonia che sta per subire la condanna divina:

“Uno dei sette angeli che avevano le sette coppe venne a dirmi: «Vieni, ti farò vedere il giudizio che spetta alla grande prostituta che siede su molte acque. I re della terra hanno fornicato con lei e gli abitanti della terra si sono ubriacati con il vino della sua prostituzione».

Egli mi trasportò in spirito nel deserto; e vidi una donna seduta sopra una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, e che aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle. In mano aveva un calice d’oro pieno di abominazioni e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome, un mistero: BABILONIA LA GRANDE, LA MADRE DELLE PROSTITUTE E DELLE ABOMINAZIONI DELLA TERRA.”

Ecco, forse è per questo motivo che non scopo da un’eternità. Mancanza di bell’aspetto ed analisi meticolose di qualsiasi cazzata.

Dimenticavo il glorioso ritornello:

“This is the morning of our love

It’s just the dawning of our love”

È il momento dell’assolo di batteria di Christian, Martin e Dave hanno un’altra delle loro conversazioni senza parole e dopo il tocco finale c’è un batti il cinque per tutti. Carino.

Quattordicesima canzone, “A Pain that I’m used to”.

Oddio che fatica. So che a tanti questa canzone piace ma a me viene abbastanza a noia. E’ solo Martin frustrato con Dave che vuole scrivere le sue canzoni. Oltretutto è un arrangiamento diverso? Peter suona il basso ma io non mi ricordo un basso su questa canzone? Mi sembra un arrangiamento più rockettaro, a differenza di quello elettronico dell’originale?

Scusate tutti i punti di domanda, ma la canzone non mi piace tantissimo e non l’ascolto molto.

Quindicesima canzone, “World in my eyes”.

Signore pietà.

L’immagine di Fletch compare sul megaschermo.

Dalle urla che si sono alzate dall’arena, credo che stiamo pensando tutti la stessa cosa. Se stiamo pensando la stessa cosa, mi sa che non sono solo i miei gli unici occhi umidi qui.

Ora, “World in my eyes” è una delle mie canzoni preferite dei Depeche Mode, sicuramente top 10, forse anche top 5. Anche i sassi sanno che è la canzone preferita di Andy.

Io vi giuro che questa canzone non riesco più a sentirla senza sentire anche un magone gigante allo stomaco.

Penso a questo nuovo arrangiamento così sparuto di suoni ed allo stesso tempo così elegante, raffinato. Un testo che secondo me è uno dei migliori di Martin. Già solo la metafora del “World in my eyes” è un’immagine da urlo, una di quelle idee che ti vengono una volta nella vita.

Questa canzone è un pacchetto di cioccolatini di Godiva, con un bel fiocchetto davanti. E’ un innamorarsi in slow motion a differenza delle colpo di fulmine con “Enjoy the silence” e “Personal jesus”. Non mi stanca mai, non mi stancherà mai.

Però… Da quando è morto Andy vedo sempre il suo sorriso gentile, penso a quando diceva che questa era la sua canzone preferita ed a quanto ne era orgoglioso.

Dave guarda più volte il megaschermo, ed anche se non si vede la sua espressione, penso si possa capire cosa sta pensando.

Alza le mani nel famoso gesto e tutti lo seguono.

Alla fine della canzone ci dice di fare un applauso di incitamento per Mr. Andrew Fletcher. È il momento più rumoroso della serata mi sa, ed a giusta ragione.

All the islands in the ocean

All the heaven’s in the motion

Let me show you the world in my eyes

Poesia.

Sedicesima canzone, “Black Celebration”.

All’inizio dell’introduzione, con le luci a tempo dell’arpeggio iniziale, si alza un “oooooh” dal pubblico. L’effetto è spettacolare, e giustamente!

Un effetto spettacolare per una canzone spettacolare!

“Black Celebration” è tra le mie top 5 di sempre. Solo la parte strumentale merita il voto della canzone.

Qui la mano di Alan Wilder è grande come una casa.

Questo non è l’inizio di una canzone, è l’inizio di un’opera! La progressione dell’intro, dagli arpeggi prima alla linea melodica dopo, è una roba può concepire solo uno che ha suonato musica classica o teoria musicale. È semplicemente un Ouverture, cioè una composizione musicale strumentale posta all’inizio di un’opera lirica, una cantata, un balletto o altri componimenti teatrali. Funge da apertura di sipario a “Black Celebration” la canzone e “Black Celebration” l’album. L’unica differenza è che qua gli archi li fanno i synths, ma l’epicità è la stessa.

Magnificenza può essere un altro titolo per questa canzone.

Il tema della canzone suonato al piano prima dell’inizio della canzone. Brividiiiii

Il coro da stadio “Let’s have a Black Celebration”, tutti con le mani alzate.

Prima dell’inizio del primo verso il ritmo cambia e si fa più cadenzato, più urgente.

L’attualità di questa canzone: Siamo tutti che tiriamo avanti di riffa o di raffa, anche questa giornata l’abbiamo svoltata, festeggiamo.

Non vogliamo pensare a quello che non siamo riusciti a fare.

La tristezza della quotidianità squallida e ripetiva illustrata nella canzone è contrapposta alla sua ricchezza musicale. Quanti elementi, quanti campionamenti ci sono in questa canzone???  Ti credo che avevano bisogno del mixer a 64 tracce degli Hansa Tonstudios! Come fai ad incidere tutta questa roba???

Piccolo momento di riposo per Dave (povera stella, anca massa, anche troppo nel senso buono, come diciamo noi a Venessia)

Diciassettesima canzone, “Stripped”.

Ok. Io non sono pronta.

Io non sono MAI, e dico MAI pronta ad ascoltare “Stripped”.

Il rumore della Porsche di Dave potrebbe essere il rumore di una motosega che mi penetra e mi toglie lo stomaco ed il cuore tutto in un pezzo.

Il motivo per cui hanno messo quella parte alle tastiere prima dell’inizio della canzone è per darti il tempo di sclerare emotivamente ancora prima che il primo verso inizi!

L’effetto vomito emotivo arriva con la forza di millemila tonnellate. Devono ancora iniziare le parole e sto già singhiozzando. Un’anima pia accanto a me mi vede e mi offre dei fazzoletti. Ringrazio per il gentilissimo gesto.

Tutto è illuminato di rosso. È un effetto bellissimo e dà proprio un’idea di carnalità, di sensualità. È rosso come qualcosa che ti tenta, che richiama il risveglio dei sensi.

Alla domanda: “Qual è forse la cosa più significativa che Martin Gore abbia mai scritto?”, la mia risposta sicuramente sarebbe questa:

Let me see you stripped

Down to the bone

Sembra semplice, no? Ed invece non lo è.

A volte la grandezza sta nel colpire il bersaglio con meno frecce possibili. Poche parole ma concise, precise, efficienti.

Ed allo stesso tempo il desiderio che abbiamo un po’ tutti, credo. Quello di vedere le persone al di là delle sovrastrutture che il mondo ci impone e che noi stessi ci imponiamo.

Io e Martin condividiamo l’amore per la cultura tedesca, e la citazione di Metropolis, dei suoi fumi. Questa canzone è profondamente ispirata dal film “Metropolis” di Fritz Lang.

Nel futuro 2026, un gruppo di ricchi industriali governa la città di Metropolis dai propri grattacieli e costringe al continuo lavoro la classe proletaria relegata nel sottosuolo cittadino. L’imprenditore-dittatore è Joh Fredersen, che vive in cima al grattacielo più alto; il figlio Freder vive invece in un irreale giardino eterno popolato da sensuali fanciulle.

Improvvisamente irrompe nel giardino l’insegnante e profeta Maria, accompagnata dai figli degli operai, che lo invita a guardare i “suoi fratelli”. Freder rimane così colpito dalla visita di questa donna che decide di visitare il sottosuolo: immediatamente si rende conto delle condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare gli operai e decide di fingersi uno di loro per vivere sulla propria pelle le fatiche dei lavoratori. Ben presto Freder si rende conto delle condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare i dipendenti di suo padre, costretti a sopportare calore, fumi e orari impossibili che li fiaccano alla soglia dello svenimento. Al termine del turno, un operaio dall’aria cospiratrice, confondendo Freder per un collega, gli dà appuntamento nel sottosuolo perché una “lei” li vuole vedere. 

Questa donna è Maria, che accoglie gli operai sfiniti dal lavoro raccontando la storia della torre di Babele: così come la torre di Babele (E ritorna Babilonia!) fu costruita dagli schiavi per avvicinarsi al cielo, Metropolis fu costruita dalle braccia del proletariato per farci abitare i ricchi. Maria predica la pace futura e l’avvento di un mediatore che porrà fine alle iniquità perpetrate dai capitalisti sugli operai. (E ritorna “Everything Counts”!)

Poi beh, la cosa delle televisioni ricorda un po’ 1984 di George Orwell… Lo schermo attraverso il quale il Grande Fratello controlla ed impone la sua volontà.

Toh guarda, siamo già nell’epoca del Grande Fratello, e a buona parte di noi va pure bene.

Bravo Dave, fai proprio il gesto del telefonino. Buona parte di noi è lobotomizzata.

Scusate, mi sto dilungando.

Quindi alla fine “Stripped” parla praticamente di questo, di tornare alla natura ed a noi stessi al di là di tutto quello che la società ci impone.

Una delle mie cose preferite di “Stripped” è il controcanto finale tra Dave e Martin:

Let me see you stripped

Down to the bone (let me hear you speaking just for me)

Let me see you stripped

Down to the bone (let me hear you crying just for me)

Let me see you stripped

Down to the bone (let me hear you speaking just for me)

Sono due amanti che si parlano, e per me è semplicemente un dialogo bellissimo, struggente.

Diciottesima canzone, “John the Revelator”

Giovanni Evangelista is in the house, ed è il momento di ballare. Mi hanno sempre affascinato le influenze blues di Martin, a probabilmente hanno contribuito il suo studio della chitarra e le influenze del suo padre biologico.

Si sposa benissimo come genere ai Depeche Mode. Come “Personal Jesus” abbiamo un predicatore, e Dave e Martin sono dei predicatori della buona musica in questo mondo diventato cacofonico. Dave poi è un frontman con una carica spettacolare, in grado di comandare la sua audience con un solo movimento delle dita. Potrebbe fare il predicatore in una chiesa (ed in un certo senso lo fa) ed avrebbe lo stesso successo.

Il bridge:

Seven lies, multiplied by seven, multiplied by seven again

Seven angels with seven trumpets

Send them home on the morning train

E’ semplicemente impossibile da non cantare, con tutte le sue allitterazioni (seven, seven, seven, seven, seven)

E il ritornello:

Well, who’s that shouting?

John the Revelator

All he ever gives us is pain

Well, who’s that shouting?

John the Revelator

He should bow his head in shame

In cui c’è il botta e risposta tra Dave e Martin sembra proprio una predica di un predicatore di una chiesa battista.

Siamo praticamente in una messa atea.

Torniamo nel mondo della carne e dei cattivi pensieri quando Mr. Gahan decide di tornare all’inizio della passeggiata e di ancheggiare a destra e sinistra, chiedendoci poi “Well, who’s that shouting?” e puntando il microfono in ogni direzione.

Devo ammetterlo, anche se sarei qui per parlare di musica e testi: È proprio sexy.

Diciannovesima canzone, “Enjoy the silence”.

Quando inizia “Enjoy the silence” l’atmosfera è quasi quella di assistere ad uno spettacolo che è al di là della capacità umana di apprendere. Vi sembreranno parole difficili, ma penso seriamente che questa canzone, nella sua semplicità, sia una delle punte più alte della musica di tutti i tempi.

Anche qui abbiamo un’ouverture per rendere l’epicità e la maestosità di questo brano, per poi procedere col brano vero e proprio.

Dave, ancora sulla piattaforma, prende l’energia dal pubblico e poi inizia ad incitarlo battendo le mani.

Ed eccolo lì… Il riff che tutti conoscono, pure mio padre che ha lavorato come un cane tutta la vita per arrivare in alto e quando è andato in pensione si è accorto che non conosceva un piffero di qualsiasi cosa sia successa fuori dal suo ristorante.

Sì, pure lui conosce “Enjoy the silence”, più o meno.

Adoro il gesto che fa Dave, indicando Martin con un gesto pieno di forza. È il suo momento ora, e vuole che tutti lo guardino.

“Enjoy the silence” è praticamente un’illustrazione precisa di Martin:

Words like violence

Break the silence

Come crashing in

Into my little world

Painful to me

Pierce right through me

Can’t you understand?

Oh, my little girl

Words are very unnecessary

They can only do harm

Martin è timido (ed a detta di Dave sono entrambi autistici, il che ci calza a pennello)

Vows are spoken

To be broken

Feelings are intense

Words are trivial

Pleasures remain

So does the pain

Words are meaningless

And forgettable

Edonismo allo stato puro. Divertiamoci perché tanto le promesse sono fatte per essere rotte. Santa miseria, Martin. Chi troppo vuole nulla stringe, e mi sa che l’hai capito a tue spese tanti anni fa. “Precious”, anyone?

Abbiamo Dave che gira, gira, gira e che balla per tutto il palco. Se Dave è felice io sono felice. Tutto è bellissimo.

Dave indica di nuovo a Martin di fare qualcosa. Sfoggia una posa da matador come per dire a tutti “Guardatelo” e per incitarlo a venire verso di lui.

Abbiamo il momento dell’assolo di batteria di Christian.

Abbiamo il momento del tentativo di imitare la doppia cassa della batteria di Martin, encomiabile dato il fatto che ha addosso degli anfibi e non so che sensibilità abbia sulle caviglie e sui piedi.

All’inizio pensavo fosse un tentativo di tip-tap, poi ho visto che il movimento dei piedi non è giusto perché non usa punta e tacco, quindi ho capito che stava semplicemente imitando i pedali (e alla fine torniamo alla danza perché come noi ballerini abbiamo ognuno il nostro tipo, marca, modo di rompere le scarpe anche i batteristi hanno le loro scarpe con cui sentono bene i pedali e tutti i loro settaggi con le molle e le chiavi blablabla)

Ed aspetta! Adesso noto che sta anche cercando di imitare le bacchette!!! Oddio anche Peter fa finta di suonare con le bacchette!!!

Naturalmente, come tutti noi inesperti, o facciamo le casse o suoniamo con le bacchette e l’effetto del tentativo di imitazione di Martin è sempre di più simile quello di un bambino piccolo che ha preso una pentola ed è eccitato di darci con le posate.

E’ troppo carino!!! Oltretutto non sta facendo con le braccia quello che sta facendo Christian ma non importa!!!

Si ferma con le braccia aperte e Dave arriva e si battono il dieci insieme.

Ok, non so cosa sia questo siparietto ma voglio che duri un altro paio d’ore.

Il contrasto tra la posa fiera di Dave ed il serissimo assolo di Christian e la versione divertente di Martin e Peter mi hanno fatto ridere tantissimo. Poi il contrasto di Dave quando molla la posa e diventa anche lui un bambino di sei anni è ancora peggio!

“Ho fatto il serio per troppo tempo, Mart. Battiamo le manine!!!!”

Per due volte.

Dave Gahan, tu sei trasparente come le barriere di vetro che proteggono la chiesa di San Marco, benedetto te.

C’è questo intermezzo un po’ danzereccio dato da un sintetizzatore molto curioso che mi interessa un sacco. Nota a sé stessa del futuro: Vai a vedere che cos’è.

Martin torna al suo microfono in piedi. Dave, probabilmente per introdurre il suo assolo di chitarra, esclama indicandolo:

 “He’s got the blues!”

Dave, devo proprio scomodare Beyonce e dirti: “Put a ring on it”? Dai.

Dave decide di cambiare direzione ed andare a rompere gli zebedei a Peter, ricordandomi un po’ di quando lo faceva con Fletch. Niente scambi di battutine divertenti tipo “Ma fai solo questo” e “Guarda questo qua”. L’assenza di Andy si vede anche da questo.

Martin procede a fare il suo assolo blues nel centro del palco e la luce dello spot è tutta per lui, il nostro blueseggiante angelo argentato. Dave muove le braccia come un uccello fluttuante, riprende il microfono e dato che siamo in Germania, urla “Einz, zwei, drei, vier”.

Sehr gut, Dave.

Martin fa la sua camminata della gloria sulla passerella ed è bello vederlo così felice da solo in mezzo a tutto il pubblico che lo acclama adorante. Uno dei più grandi musicisti, compositori di tutti i tempi ed anche una persona buona. Merita tutte le lodi del mondo.

È il momento dei saluti prima del bis.

“Ladies and gentlemen, boys and girls, Mr. Martin, L, Gore!!!”

E fa quella stramaledetta L con la mano.

Io devo scrivere di musica. Io devo scrivere di musica.

Io… Ho una mente molto perversa. Non c’è niente da fare.

Un breve apprezzamento a Peter e Christian e poi giungiamo alla fine della canzone.

È l’ora dell’intervallo prima del bis. I ragazzi escono, baci, abbracci, coccole e si tira un respiro di sollievo.

Sono ore che sono in piedi, sono ore che non ho bevuto e mangiato niente e sento un po’ la stanchezza.

Devo tenere botta.

Dopo poco, non ricordo quanto, i nostri cari rientrano e Dave ringrazia il pubblico di cuore.

Ventesima canzone, “Waiting for the night”.

Dave e Martin si avviano alla parte centrale della piattaforma.

Vederli cantare insieme “Waiting for the night” è uno di quei momenti in cui riesci a vedere il quadro d’insieme delle cose. Questa versione acustica è molto diversa dalla versione rarefatta presente in “Violator”. Sono entrambe belle, ma questa mi dà un’idea di maggiore intimità, ed anche il fatto che abbiano deciso di cantarla insieme mi dà l’idea che ci sia qualcosa di speciale in questa canzone che gli conferisce il titolo di essere cantata in questo modo: In acustico, insieme.

L’unico altro paragone che ho avuto in questo tour per questo tipo di performance è “Condemnation”, quindi questa canzone rappresenta qualcosa di estremamente importante, in qualche modo, per loro.

Chissà cosa sarà.

Il carattere notturno di questa canzone, le luce soffuse, le voci che a volte salgono in alto per poi tornare quasi a ad un tono confidenziale, come se stessero cantando una ninna nanna per confortarsi nel buio, anche se il buio non c’è.

Non riesco ad immaginarsi come possano sentirsi lì in piedi con davanti migliaia e migliaia di persone che comunque puoi vedere, nonostante le luci emananti un tono a la lume di candela.

Penso che sia come essere nudi, fisicamente ed emotivamente.

Ricordo che quando salivo sul palco ero abbastanza tranquilla perché, essendo miope, non riuscivo a vedere le persone lontane. Vedevo le mie compagne, le quinte, le linee colorate per terra e questo mi bastava.

Forse è così anche per Dave, a meno che non usi le lenti a contatto.

Da quanto riesco a vedere da alcuni video, Martin guarda sempre fisso dritto, il che è ottimo perché non vedi le persone di fronte a te ma forse solo delle figurine in fondo. Dave cerca più il contatto col pubblico o il contatto con Martin, come se avesse il bisogno di avere una forma di rassicurazione di qualche tipo.

Non importa quante volte sali su un palco. Te la farai sempre sotto, qualunque il tuo livello sia.

Dave e Martin sono lì, su quella piattaforma, vicini alla gente. In piedi. Alla fine sono solo due esseri umani che cercano la tranquillità della notte come noi. Pensiamo che siano degli Dei, musicalmente di sicuro, ma sono anche delle persone, con il loro personale modo di mettersi a nudo, attraverso le parole e la musica.

La parte finale, affidata a Martin, è un altro momento che mi ricorda una messa.

Un vocalizzo sostenuto, con quella voce pulita, acuta e piena di pathos.

Dave è emozionato.

Lo siamo tutti.

Ventunesima canzone, “Just can’t get enough”.

Ed ecco qui il momento festaaaa del concerto (e royalties per Vince)!!! Ok è una canzone un po’ stupida ma è anche tanto divertente, e musicalmente per me è più che valida!!!

Cioè, dovete considerare che utilizzavano sintetizzatori monofonici a quel tempo, potevano riprodurre solo una nota alla volta, non è che potevano fare i miracoli!

Io di solito con “Speak and Spell” faccio così: Ignoro le parole e mi concentro sulle melodie, che sono molto, molto valide, a dispetto di quello che dicono molte persone. Poi vabbè, se ci sono antidepressivi naturali come “What’s your name” o “Boys say go”, li devo cantare a squarciagola perché non riesco a non farlo.

Ventiduesima canzone, “Never let me down again”.

Io amo ed odio questa canzone! Mi ricorda tempi gloriosi in cui mi imbucavo ovunque, ed invece adesso me la devo cavare sempre da sola.

Posso visualizzare questa canzone in ogni singolo dettaglio e mi manca. Così. Tanto.

I’m taking a ride with my best friend

I hope he never lets me down again

He knows where he’s taking me

Taking me where I want to be

I’m taking a ride with my best friend

I’m taking a ride with my best friend

I hope he never lets me down again

Promises me I’m as safe as houses

As long as I remember who’s wearing the trousers

I hope he never lets me down again

Si commenta da sola.

We’re flying high

We’re watching the world pass us by

Never want to come down

Never want to put my feet back down on the ground

See the stars, they’re shining bright (never let me down)

Everything’s alright tonight (never let me down)

Adoro il modo in cui Martin è presente nella canzone per sottolineare dei punti salienti e per chiudere il monologo di Dave. Mette i puntini sulle i e fornisce la chiusura a questo racconto.

E’ commovente come il campo di grano unisce persone sconosciute e Martin sottolinea che tutto stasera andrà bene. Non potrebbe esserci un finale migliore ad un concerto.

Ventitreesima canzone, “Personal Jesus”.

Adoro questo inizio strettamente blues per “Personal Jesus”. Quel riff alla fine, con Dave e Martin nel loro mondo sincronizzato, mi fa venire i brividi dall’intensità che riesco a percepire.

Poi vabbè, inizia “Personal Jesus”, bellissima come sempre, però quell’introduzione è uno dei momenti più alti del concerto, ennesima prova che queste due persone, spogliate fino all’osso, senza musica o con un arrangiamento scarnissimo, sprigionano un’energia impressionante.

Non hanno bisogno di niente, bastano loro due.

(Non me ne vogliano Peter e Christian, grandissimi professionisti, ma il loro è un ruolo di contorno.)

All’ultimo, sostenuto “Reach out and touch faith”, sento le gambe che mi tremano. Il mio corpo sembra fatto di melassa.

Guardo Dave, Martin, Peter e Christian ringraziare la folla, prepararsi agli ultimi inchini finché Martin si mette davanti e fa cenno che no, no, prima degli inchini tutta la gente deve vedere l’Uomo più forte del mondo. Prende le braccia di Dave e gliele alza, poi si ricorda che il pubblico è dall’altra parte.

Dave fa sfoggio dei suoi muscoli sempre con la sua grande grazia ed abbiamo gli inchini. Baci ed abbracci per tutti ed ecco qui, il concerto è finito.

Fisicamente non ce la faccio più. Il pubblico defluisce ordinatamente (Ah, Germania del mio cuore) e mi avvio il più velocemente possibile verso le toilettes. Dico a tutta la fila che devo solo bere, entro in bagno e bevo dal rubinetto credo per due minuti di fila. Ero totalmente disidratata.

Esco dalla Mercedes-Benz Arena e percorro la breve distanza tra l’arena ed il mio albergo. Mi sembra di camminare sull’aria da quanto sono felice.

Mi butto in doccia perché faccio ribrezzo da quanto sono sudata, nonostante le gambe tremanti e poi annoio Deanna Forti via messaggi per un paio d’ore finché l’adrenalina non scende ed inizio ad avere sonno.

Mi addormento felice nella mia città, dopo tanti anni di nuovo da sola. Mi dispiace solo che la canzone che mi ha sostenuto durante tutto questo viaggio, per niente semplice perché alcune ferite sono ancora aperte, non sia stata suonata stasera.

Questa canzone è “Before we drown”, ed anche se non l’ho mai sentita suonata dal vivo, è una delle cose che mi spronano ad andare avanti ogni giorno.

Del rapporto che Berlino ha con questa canzone ve ne parlerò forse un’altra volta.

L’unica cosa importante è una: I Depeche Mode mi hanno permesso di trovare la forza e tornare qui da sola, di affrontare silenzi, dolori e fantasmi. Di capire che con la mia città non era finita. Che la mia vita non è finita. Che posso ancora camminare nei luoghi in cui delle persone così importanti per me hanno camminato, e nei quali hanno vissuto ed hanno creato della bellissima arte.

Non credo che esista un modo possibile per ringraziarli per tutto questo. Per quello che può valere, ve ne sono eternamente grata.

Hoffentlich bis bald, Dave und Martin, und denkt daran: Berlin liebt euch. Sowie ich.

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