Contro il logorio della società moderna

OPINIONI – 04.10.2022

Ricordo questa giornata come se fosse stato ieri.

Il nodo in gola ed allo stomaco, le chiappe tirate come se stessi su una torre e guardassi giù, giù, giù, verso la terra così lontana…Fino ai palazzi lì in fondo, che sembrano i mattoncini del Lego…

Era così che mi sentivo, perché il pensiero di quello che questo incontro sarebbe potuto essere mi faceva venire la tachicardia, le vertigini, il servizio completo dell’ansia.

Il mio povero amico Claudio e l’intera IPF (Italy Penguins Fans) mi avrà sentito urlare fino a Milano quando questa data era stata annunciata: 04.10.2022.

Il cuore mi stava uscendo dal petto.


Prologo:

Pochi mesi prima io e tutti gli altri fan dei Depeche Mode avevamo ricevuto una notizia che nessuno al mondo vorrebbe ricevere.

Un nostro caro amico era morto.

Andrew John Fletcher.

Ora, chiunque potrebbe dire: “Relazione parasociale, illusione da fan fuori di testa che crede che i membri di una band ci debbano qualcosa perché spendiamo i nostri soldi per loro e gli diamo la fama e senza di non non sarebbero quello che sono?”

No.

Odio questo tipo di presunzioni, e non pretenderei mai niente del genere.

Andy Fletcher per noi però era come una specie di amico lontano, quello che tutti avremmo voluto avere, o almeno quello che io avrei voluto avere. Era quello che parlava per conto tuo quando tu non lo volevi fare, e che ti difendeva da ogni stupidaggine o critica prendendo per il culo chi ti offendeva con il tipico umorismo British pieno di sarcasmo, ironia e giri di parole senza muovere ciglio.

Era quell’amico che ti avrebbe difeso sempre, perché ti vuole bene sul serio.

Quando Andy è venuto a mancare, ho passato diverse ore in stato di shock. Ricordo che all’inizio avevo letto un Tweet di non so chi su Twitter, e da lì un’ondata di ansia fortissima mi ha colpito come un incendio. Non era un attacco di panico, ma non ci mancava molto.

Ho iniziato a cercare altri tweet per conferma, pregando con tutte le mie forze che fosse l’ennesima bufala. Internet è piena di notizie false e dalla notte dei tempi ci sono dicerie su personalità dello spettacolo date per morte quando erano vive e vegete.

Quando ho letto la conferma ufficiale, mi sono sentita come se qualcosa dentro di me mi stesse abbandonando. Qualcosa che avevo dato per scontato da sempre era venuta a mancare di colpo. Sentivo una sensazione di vuoto intorno, come se la poltrona in cui stavo seduta non mi sorreggesse più, come se quello che stavo provando era talmente incomprensibile che quasi il mio appartamento mi sembrava alieno. Ero lì ma non ero lì.

Qualcuno di voi ha mai visto Buffy, la cacciatrice di vampiri? Il famoso episodio “Un corpo freddo (The body)”?

Ecco, era proprio così. Fuori la vita continuava, ed io giravo per l’appartamento come se fossi un’automa, senza volontà. Era la prima fase del lutto, lo shock. L’avevo già provato con altre persone, ma non per questo faceva meno male.

Dal giorno dopo ho alternato per parecchio tempo sensazioni di tristezza e di vergogna. Tristezza perché una persona che aveva rappresentato così tanto per me era venuta a mancare improvvisamente, e vergogna perché il pensiero di cosa sarebbe successo ai Depeche Mode senza di lui non mi lasciava pace.

“Ma non ti vergogni?” mi ripeteva la voce nella mia testa. “Pensare a qualcosa di così venale quando Dave e Martin hanno appena perso un amico, soprattutto Martin? Non sai neanche perché è morto, è ancora caldo tra poco e tu pensi queste cose?”

Ecco la rabbia.

E’ vero. Mi vergognavo tantissimo di aver essermi posta questa domanda, ma questo pensiero non ne voleva sapere di lasciarmi la testa. Immagini di due decenni scorrevano nella mia mente come un film: Dalla prima volta in cui ho visto il video di “Barrel of a Gun”, alla macchina di “Dream On”, ad un patio a Berlino per “Playing the Angel”, passando poi per buio, dolore, frammenti di giornale che annunciavano il nuovo tour, e poi il nuovo tour… Ed io continuavo a guardare da lontano, rassegnata al fatto che non sarei mai guarita e non li avrei visti mai dal vivo.

Non avrei mai visto Andrew dal vivo.

Depressione.

Fanculo la depressione. Fanculo fanculo fanculo.

Il circolo “Rabbia / Contrattazione / Depressione” è andato avanti per un bel po’. Alternavo momenti rabbiosi chiedendomi perché, con tutte le merde che popolano questo mondo, Dio si fosse preso proprio lui, il nostro caro Andy. Poi mi arrabbiavo con me stessa per aver ceduto a questa malattia, e poi tornava di nuovo la depressione, dicendomi che ormai quello che era stato era stato, che Andy non sarebbe tornato indietro e neppure i miei anni persi.

L’unica cosa che mi diede pace fu la divulgazione della sua autopsia. Era morto nel sonno e non aveva sofferto. Almeno questo.

Era il momento dell’accettazione.

I mesi successivi passarono in un rispettoso silenzio. La domanda rimaneva lì appesa, fluttuante nell’aria.

Finché, un giorno di agosto, un dolce, tentativo annuncio comparve dal nulla:

Poche parole, ma che scaldavano il cuore.

Naturalmente ora, col senno di poi, la penso così, ma la prima volta che ho letto questo post credo di essere esplosa in un “Oh mio Dio oh mio Dio oh mio Diooooooooo”.

Quindi stanno lavorando ad un nuovo album??? Oddio che notizia meravigliosa! (Vi ricordo che era da molto tempo che seguivo i DM da lontano, in quanto poco prima di un anno antecedente questa data ero al mio quinto ricovero in ospedale e quindi ero decisamente occupata solo a sopravvivere).

Il vecchio dubbio venne immediatamente sostituito da uno nuovo. Ok, avrebbero pubblicato un nuovo album e questo mi rendeva la persona più felice del mondo, ma poi cosa sarebbe successo?

Era un album già iniziato. L’avrebbero portato a termine e poi si sarebbero sciolti? Avrebbero fatto un tour? Senza Andy?

Solo l’idea mi sembrava come una bestemmia. Togliere o cambiare uno dei membri fondatori di una band è sempre qualcosa di doloroso e che richiede un sacco di tempo per essere accettato, e questo non faceva eccezione, tanto più a causa di un evento così infausto.

I Depeche Mode avevano continuato senza Alan, ma questa situazione secondo me era diversa.

Vi è mai successo di provare ad inserirvi in un gruppo già costituito e di sentirvi una persona di troppo, di fronte a vecchie usanze, amicizie o ricordi? E’ quello che penso un po’ sia il caso di Alan: Una persona che si è aggiunta ad un gruppo ma mai senza completamente farne parte. Alan mi è sempre sembrato una sorta di “membro aggiuntivo” della band, un genio che aveva avuto un educazione musicale formale, a differenza di Dave, Martin ed Andy, e che inoltre proveniva da un ambiente diverso, più middle class (West London). Purtroppo, con il tempo, le differenze, invece di attenuarsi, sono cresciute, insieme ad altri aspetti che hanno peggiorato ancora la situazione, ed è pienamente comprensibile che Alan abbia voluto tirarsi indietro.

Quando penso ad Alan mi immagino un magnifico strumento che si è prestato al nome Depeche Mode. Per me rappresenta la perfezione, la tecnica, le fredde macchine ed uno smisurato talento, ed è un peccato che si sia distanziato dal mondo della musica ma un po’ lo capisco. Anch’io purtroppo sono una perfezionista, e passo ore a scrivere, cancellare e riscrivere. Non avete idea di quanto sia mentalmente logorante.

(NOTA, PRIMA CHE MI LINCIATE: Nel caso non si sia capito abbastanza, amo Alan alla follia, ho sogni erotici in un mi insegna a suonare il pianoforte o qualche synth, ma rispetto la scelta che ha fatto. E’ un essere umano e sono solo cazzi suoi come vuole vivere la sua vita.)

Andy invece è qualcosa di diverso.

Di lui si è detto di tutto e di più, sul suo contributo alla band, e non voglio che questa sia una difesa postmortem, ma voglio ricordare un paio di aspetti che molti non conoscono o che danno per scontati

In 40 e passa anni di attività con i Depeche Mode la sua presenza è stata fondamentale, checché alcuni ne parlino male. Ve li vedete voi Dave, Martin o Alan a tenere conti e fare promozione del gruppo? Sarebbero scappati tutti a gambe levate prima di sentire una sola sillaba.

In un’attività, qualsiasi essa sia, c’è sempre bisogno di una persona che sta più dietro le quinte e che si accerta che tutte le cose noiose ma necessarie vengano fatte. E’ il mio lavoro, ed era anche il lavoro di Fletch, e non era meno importante di tutto il lavoro musicale che Dave, Martin e Alan compivano.

Ricordiamoci, che grazie alla fiducia di Daniel Miller e al lavoro di Andy a livello manageriale, i Depeche Mode hanno mantenuto un’altissima indipendenza dall’industria musicale e che hanno potuto liberamente creare il loro suono, senza subire incursioni dall’alto. Se si fossero rivolti ad un altro management ed un’altra casa discografica, questi avrebbero sicuramente messo dei paletti per farli diventare più fruibili dal pubblico ed oggi non avremmo sicuramente i Depeche Mode, punto.

Quindi, che voi siate d’accordo o no, anche Andy ha contribuito a creare questo sogno oscuro e vellutato, questa musica e queste parole che hanno fatto sentire tante persone parte di qualcosa che aveva importanza. Andy aveva partecipato a creare i Depeche Mode con Vince, era parte della gang di amici prima ancora del gruppo e non riuscivo proprio a vedere un tour senza di lui… Senza la sua figura imponente dietro le tastiere, con lo swag dei suoi occhialoni colorati da vista e quell’aura di affidabilità che dava.

Il più grande tifoso del proprio gruppo.

“E’ tutto quello che sai fare?”, gli chiedeva scherzoso Dave, prendendolo in giro in modo affettuoso. Il classico duo cane e gatto. In realtà sapeva benissimo che non era solo quello che faceva, ma molto altro.


Quindi: Come poteva rimanere un buco lì dietro? Nessuno poteva riempire quel buco. Non per le doti musicali come Alan, ma per la persona che Fletch era. Tu lo vedevi e sapevi che tutto sarebbe andato bene, perché di mezzo c’era lui a gestire il gruppo, e soprattutto a cercare di far comunicare in qualche modo Dave e Martin, o più che altro fare le veci di Martin, cosa che faceva andare in bestia Dave, comprensibilmente. In generale, era la garanzia dell’equilibrio delle due parti.

Adesso però lui in questa foto non c’era, ma c’era invece qualcos’altro.

In questo oceano di dubbi, una luce lontana appariva all’orizzonte.

Dave e Martin adesso erano in studio insieme. Stavano lavorando insieme.

Alcuni studiosi aggiungono un ulteriore stadio agli stadi del lutto (esistono diversi modelli): La speranza.

In quel momento l’ho sentita, ancora leggera: La speranza.

Quella foto mi trasmetteva una sensazione di calma, come se tutto fosse al suo posto. Dave e Martin vicini l’uno all’altro, Martin che illustra qualcosa a Dave e Dave che ci riflette su.

Non so perché, ma mi ha dato l’impressione di una nuova vicinanza, nonostante il momento difficile.

Era successo, finalmente? Dopo decenni di incomprensioni, tra cui la famosa litigata durante la registrazione di Spirit in cui James Ford ha esiliato tutti dallo studio, Fletch compreso, per far parli parlare faccia a faccia come le persone normali?

“Ist wieder zusammen ,was zusammengehörte?”

Ed eccola lì, di nuovo: Un’altra ondata di vergogna.

“Ma non ti vergogni ad pensare una cosa del genere? Al fatto che ci sia voluta la morte di Andy per farli andare d’accordo una volta per tutte?”

Ed io rispondevo: “E che cazzo! Ovvio che vorrei avere tutte e due le cose, ma non è possibile!!! Almeno questa disgrazia ha portato qualcosa di buono.”

Non c’era modo di farla stare zitta, quella voce.


I giorni passavano, lentamente, lentamente. La domanda sempre lì, ogni giorno più pressante.

“Che cosa sarebbe successo adesso? Esisteva un futuro per i Depeche Mode?”

Iniziavo a essere ogni giorno sempre più nervosa, a stringere le chiappe, sperando in una novità, qualsiasi essa fosse, che mi togliesse questo dubbio.

Il 04.10.2022 comparve questo annuncio e basta, non riuscivo più a trattenere il mio nervosismo. “Manca un mese?!?!? Ma come cazzo faccio ad aspettare un mese!!!!”

A quel tempo non facevo parte di gruppi facebook dedicati ai Depeche Mode, e quindi l’unica cosa che potevo fare era sfogarmi con il mio amico dell’hockey Claudio, che sfortunatamente per lui e fortunatamente per me, era l’unico del nostro gruppo dell’hockey con dei gusti simili ai miei.

Qualche giorno dopo arriva una conferma definitiva.

L’ho presa con molto aplomb, come potete leggere.

Dopo un urlo iniziale che miracolosamente non ha frantumato i vetri di casa, il cervello si riconnette e va a rileggere quella parola, naturalmente.

Berlino.

Sono a Berlino.

Ovvio.

Nel giro di due secondi riparte l’ennesima tiritera nella mia testa e conseguente incazzatura su perché non sono lì, perché non ci posso andare, tutti gli insulti del mondo, eccetera eccetera. Poi penso che alla fine ha senso.

Sfido a trovare una città che più sia in sintonia con l’animo di questo gruppo. E’ sempre stata l’incarnazione della libertà di sperimentare, con se stessi e con gli altri; una città portata dalla storia ad essere un gigante laboratorio in cui l’arte poteva nascere da ogni angolo di strada, di nascosto in certi periodi (Nazista/Berlino Est) ed alla luce in altri (anni ’20, Berlino Ovest).

Dall’Hansa Studio against the Wall, dal senso della fine del mondo conosciuto di fronte al muro ed i vuoti di Potsdamer Platz, si sprigionavano i suoni del metallo e del cemento di una città ancora in ricostruzione dopo la guerra. Dalle rovine postbelliche britanniche di Shoredich, Londra, alle rovine postbelliche di Berlino Ovest, Germania, nuove tecnologie d’avanguardia come i sintetizzatori si mischiavano all’eco di una Großer Saal di altri tempi. Complice anche lo statuto speciale della città di Berlino Ovest, determinato dall’occupazione delle tre potenze occidentali (Gran Bretagna, Francia e USA), che esonerava i cittadini dal servizio militare obbligatorio, non c’era posto migliore per tutti gli artisti in fuga dalla piccola borghesia della Repubblica Federale di Germania. La presenza degli eserciti delle tre potenze garantiva una continua contaminazione tra gli artisti stranieri che venivano a tenere concerti nella città, ultimo baluardo della libertà di fronte al comunismo, e gli artisti del posto, che assorbivano queste influenze e le facevano confluire nella loro arte.

Berlino era una città complessa e creativa, e per questo la musica dei Depeche Mode in quel periodo è stata più complessa e creativa che abbiamo mai avuto dal gruppo. Era anche prima di tutti i casini che sarebbero iniziati dalla creazione di “Music for the Masses” (poi culminati nell’esplosione definitiva di “Violator” e la conseguente autodistruzione di “Songs of Faith and Devotion”.

Berlino era un luogo felice, in cui tutto era ancora possibile e le pressioni non erano ancora diventate schiaccianti. Per questo credo che questa città abbia sempre un posto speciale nel loro cuore, soprattutto in quello di Martin che ha vissuto qui per un paio d’anni. Anche se adesso la città è cambiata tantissimo, rimane comunque un luogo di sperimentazione artistica, e continua a resistere, anche se con difficoltà, alla crescente gentrificazione e alla spinta verso il conformismo.

Penso a quanto hanno visto Berlino cambiare di volta in volta, ad ogni visita, e quanto l’ho vista cambiare io.

Dio come voglio tornarci. Chissà se potrò mai tornarci.

Scusate per l’ennesima divagazione.

Tre giorni passano ad una velocità da lumaca. Il pensiero è costante, soverchiante direi. Il mio cervello rimbombava di domande.

“Che cosa diranno?” “Che cosa significa?” “Che evento sarà?”

Mille ipotesi, fino a quella fatidica sera.


04.10.2022:

Sono connessa.

Una sequenza mozzafiato. Apparecchiatura di ogni tipo: Testate, amplificatori, compressori, chitarre, lo studio di Martin pieno di sintetizzatori modulari che sono la mia idea di come dovrebbe essere il paradiso (uno studio così più gatti), microfoni ovunque, vecchi pianoforti ed organi, cavi, cavi, cavi, pedali, pedali, pedali, mixer, tape machines.

E’ la mia categoria porno personale.

Dave e Martin. Dave e Martin. Marta Salogni, James Ford.

Dave che suona una delle Gretsch di Martin.

Sta succedendo qualcosa. Sta tutto tornando a pieno circolo?

“Ist wieder zusammen ,was zusammengehörte?”

C’è qualcosa di strano in questo trailer. L’atmosfera è sobria, all’inizio, ma poi, man mano, diventa più… Speranzosa? C’è inoltre un’altra energia che ormai è innegabile: Una connessione tra Dave e Martin che non credo di aver mai percepito in vita mia. Ok, c’è sempre stato quel je ne sais quoi tra loro due, però adesso sembra qualcosa di diverso… Una maggiore complicità?

Aspetta Ale, non giungiamo a conclusioni adesso.

Un bellissimo teatro, strapieno di storia: Das Theater am Schiffbauerdamm, l’edificio storico del Berliner Ensemble (anche se al momento non si vede perché le luci sono spente).

E…

La vista mi fa venire una specie di sforzo di vomito.

Tre sedie:

Una da parte del presentatore.

Due sedie.

Dalla parte dei nostri cari.

Due sedie.

Non tre.

Due.

Due.

Lo stomaco mi si chiude come in una morsa. Qualcosa dentro di me urla: “E’ sbagliato! E’ sbagliato! Aggiungete un’altra sedia!!!” e ci vorranno parecchi minuti prima che il mio cervello mi dica lentamente, come se parlasse ad un bambino: “Non ci sarà mai più una terza sedia.”

Silenzio.

Mi affloscio sulla mia, di sedia. Devo farmene una ragione.

D’ora in poi ci saranno solo due sedie, e prego Dio che almeno conservi Dave e Martin più in salute possibile, perché non so come prenderei un altro dolore del genere di nuovo.

Tutto questo tempo passato a ragionare su due sedie e quasi non mi sono accorta delle due figure che sono salite sul palco: Marek Lieberberg, direttore della filiale tedesca di Live Nation, “Live Nation GmbH” e l’autrice, pubblicista e grande amica della band, Barbara Charoun.

I nostri due cari vengono introdotti, e entrano sul palco con una certa cautela.

Poveretti, non oso immaginare come si stanno sentendo in questo momento, senza la loro rete di salvezza, l’esperto delle conferenze stampa. Salutano il pubblico e sorridono. Mi fanno un enorme tenerezza. Martin usa il trucco più vecchio del mondo, ovvero fa una battuta sul fatto che Barbara sia una grande fan del Chelsea, la squadra di calcio (come il caro, compianto Fletch) e che questo cambia le cose tra di loro. Dave lo asseconda esclamando quanto il teatro sia bello, e lei, ovviamente, è d’accordo. E’ maestoso.

Insomma, rompere il giaccio 101.

Barbara legge una breve introduzione, nella quale viene esplicitamente detto che Berlino è casa di tanti bei ricordi dei DM, e vedi che avevo ragione!!! Scusate, una breve interruzione per una piccola danza della vittoria.

Continuando. Ritiriamo le chiappe.

Ci viene un po’ illustrata la tempistica della realizzazione di questo album, e poi viene data la parola a Martin. Martin non sa manco da dove iniziare (e chi lo può biasimare?), Dave lo guarda con il solito sguardo con gli occhi a cuore come per dargli forza, fanno una delle loro conversazioni guardandosi negli occhi, una risata e poi Martin prende parola.

Prende sicurezza dall’aspetto che gli è più congeniale, cioè lo stato del processo di registrazione. Fattuale, preciso.

La parola passa a Dave, su come sia stato tornare in studio. Lui e Martin si guardano tra di loro continuano la loro conversazione telepatica e Dave parla di come si siano trovati bene a lavorare insieme e del fatto che hanno iniziato a lavorare alla scrittura ancora anni fa.

Mi piace molto lo stile di questa presentatrice. Aspetta che abbiano finito di parlare, pone una domanda e li lascia disquisire liberamente, il che è una rarità in questi tempi.

La sua domanda sull’inizio della registrazione è molto delicata, piena di tatto. E’ la prima volta che Andy viene nominato.

Fitta allo stomaco.

Il linguaggio del corpo di Dave parla da solo: continua ad accarezzare la stoffa dei suoi pantaloni, un modo per tranquillizzarsi. Non oso immaginare quanto gli fa male parlare di questo, ed infatti torna a parlare del processo di creazione dell’album, di come lui e Martin si mandassero abbozzi di canzone l’uno all’altro, e qui torna fuori quel Dave Gahan uomo che a volte ci è nascosto, parlando che mandava qualcosa buttato là malamente alla chitarra o cantando sull’iPhone e che poi Martin glielo mandava indietro cantato con la sua “Bellissima voce angelica” ed altri pezzi aggiunti.

Dave, stellina mia:

A) Devi stimarti un po’ di più, tesoro, davvero. (Senti da che pulpito)

B) Lodare Martin Gore per Dave Gahan è come bere l’acqua: Inevitabile.

Ho di nuovo quella sensazione che ho avuto guardando il trailer di questo evento: Da una parte si vede benissimo che entrambi sono molto tesi, essendo la prima uscita in pubblico da soli dopo la morte di Fletch, però c’è anche una complicità indiscutibile. Il fatto anche che le loro sedie siano sistemate non parallelamente, ma in una forma inarcata, gli permette di creare quasi uno spazio ravvicinato, ed in molti momenti sembra quasi che stiano parlando l’uno con l’altro, come non fosse presente nessun altro nel teatro Prendono in continuazione dei turni nel parlare l’uno dall’altro con una tale naturalezza che sembra sì che stiano comunicando telepaticamente.

L’intervento dell’intervistatrice rompe questa bolla d’intimità, e chiede del titolo dell’album.

Martin risponde: MEMENTO MORI.

Ammazza che titolo pesante. Non so cosa pensare. Memento mori in memoria di Fletch, o Memento mori in memoria dei Depeche Mode?

Ricomincia il rimuginio. Alessia sta calma e continua ad ascoltare.

Entrambi parlano del significato del titolo e di come non sia solo qualcosa di macabro, ma un memento a vivere la vita il più piena possibile, perché un giorno non ci saremo più, ed è anche un monito a rimanere umili, a ridimensionare il nostro ego, perché tutti, indistintamente dalla nostra condizione di vita, un giorno dovremmo morire. Poi, a seguito della morte di Andy, il titolo ha preso un significato aggiuntivo.

Dave continua la sua spiegazione illustrando come per lui, e lui presuppone che sia anche per noi, le canzoni prendono diverso significato a seconda di come ti senti, di cosa sta succedendo nel mondo. Come esempio, spiega che adesso, per loro, Dave e Martin, quando si trovano a parlare e scherzare durante il lavoro di realizzazione dell’album, sentivano che Fletch mancava, perché nessuno s’inseriva nei loro discorsi come faceva lui. Sono le cose che dai per scontate che poi ti mancano, chiude Dave. Martin è pienamente d’accordo, ricordando come non percepiva più di tanto la sua mancanza quando stavano lavorando nel suo studio a casa sua, ma che poi, tornando a Berlino, in un hotel dove erano sempre stati, la sua assenza l’aveva colpito prepotentemente.

Dopo questa discussione, Barbara si rivolge al pubblico e molla una bomba: Parla di quello che sarà il prossimo tour per quest’album.

Aspetta… Un tour? Un tour?

Alessia conta fino a 10. Fino a 100. Respira. Respira. Aspetta. Arriva alla fine di questa cosa e poi puoi esplodere in pace.

Dave spiega che al momento stanno ancora finendo l’album e sono venuti qui solo per spiegare un po’ la situazione. Devono ancora pensare come integrare le vecchie canzoni con le nuove. Non possiamo vedere la faccia di Martin, ma da quello che dice l’intervistatrice, “Vedo, Martin, che sei molto entusiasta?!” , probabilmente sta avendo uno dei suoi momenti di costipazione emozionale al non avere già tutto pronto in ordine come vuole lui.

Dopo che Martin si è ripreso dallo shock organizzativo, entrambi (lui e Dave) parlano del piacere e dell’onore di suonare in questi posti così grandi, e Dave ribadisce quanto sia stato un piacere lavorare a questo disco con Martin (AAAAAWWWWW :3, non ce la fa proprio, caro), James Ford e Marta…. (momento di panico di Dave!)

Martin: Salogni!

Dave: HAHAHAHAHAHAAAAAA! (Immaginatevi la sua faccia che si sganascia dalle risate 😀 )

Martin: Hehehe! (Più contenuto)

Barbara e Martin discutono ancora di calcio mentre Dave, povera stella, non capisce perché tutta la gente guardi oltre di lui. E’ un bimbo!

Si gira e dietro di lui c’è il poster con la lista di tutte le date. Dice che aveva percepito un cambiamento nell’energia della sala-

-SE SONO COME ME STANNO PER METTERSI TUTTI AD URLARE-

E poi continuano a parlare di sport, calcio per Martin e basket per Dave. Chit-Chat.

E’ arrivata l’ora del momento delle domande del pubblico e sinceramente, trovo alcune un po’ sgradevoli, soprattutto considerando che hanno appena detto che stanno ancora dando i tocchi finali all’album e devono ancora pianificare tutta la parte dal vivo. Per fortuna, tra qualche imbarazzo, Dave e Martin trovano sempre la forza di buttarla un po’ sul ridere (come la domanda sull’Unplugged e sulla presenza di Fletch che lì giudicherà da lassù), ma sono sicura che, appena Barbara ha annunciato la fine dell’incontro, hanno tirato un sospiro di sollievo.

Come prima uscita, basta e avanza. L’importante era portarla a casa.


Il livestream finisce. Non saprei neanche da dove iniziare a spiegare le mie emozioni.

L’album è quasi finito ed uscirà presto. Già questo è tanto, considerate le avversità che hanno dovuto affrontare… Ma ci sarà un tour? Un tour?

Significa…. Che potrei vederli dal vivo? Davvero?

Finalmente?

Dopo tutti questi anni?

Wow.

La mia altra voce, quella cattiva, che non mi risparmia mai niente, inizia subito. “Ci saranno tantissime persone. Non potrai muoverti. Farà caldo. Starai male, male ed impazzirai di nuovo. Dove andrai a finire se starai male?” Si aizza contro di me, senza pace, e di solito le avrei data vinta, perché avrei avuto troppa paura per metterla in discussione, considerato tutto quello che era successo in passato…

… Ma questa volta no.

Un’altra voce, calma e risoluta, si fa strada tra il casino dell’altra. “Sono anni che non hai più attacchi di panico. Da quando prendi questo nuovo medicinale stai bene, non hai più sbalzi d’umore. Vai, è arrivato il momento. Fallo per Andy.”

“Fallo per Andy.”

Sentivo qualcosa che mi avvolgeva come un abbraccio. Mi sentivo sicura. Sei tu?

Lo farò per te, Andy.


Epilogo.

16 luglio 2023. Stadio Dall’Ara, Bologna.

38 gradi al sole.

E’ arrivata l’ora, finalmente.

Dave e Martin salgono sul palco, in carne ed ossa, belli e talentuosi come li ho sempre immaginati. Sono finalmente usciti dalle bidimensionalità della carta di giornale per comparire in tutta la loro gloriosa carne ed ossa.

Solo uno spirito svolazzava lì, tra le nuvole. Sul palco fisicamente non c’era, ma nell’aria si poteva sentire la sua presenza.

Era nelle parole delle persone che chiamavano il suo nome, e negli occhi che guardavano il mondo per lui.

Era su quel maxi schermo nella bellezza della sua gioventù, e sono sicura che non c’era un singolo occhio asciutto in tutto lo stadio.

Era nel cuore di Dave e Martin, che lo guardavano insieme a noi, e chissà cosa pensavano, in quel momento, a quante esperienze di vita condivise insieme.

Era nel mio, e mi aveva ridato la forza che avevo perduto.

Memento Mori. Da quel palco dello Stadio Dall’Ara,

Grazie Andy, di tutto.

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