Contro il logorio della società moderna

INTERVISTE – DAVE GAHAN – L’INTERVISTA A MOJO

Da pin-up a pin-eyed (gli occhi a spillo degli eroinomani) in quattro decenni di elettronica lunatica e rivoluzionaria. Ora la voce dei Depeche Mode ha smesso di scappare. “Mi perdo nelle canzoni”, dice Dave Gahan. “Con la realtà faccio fatica”.

Intervista di MARTIN ASTON – Ritratto di ANTON CORBIJN

Scusate per la prolungata assenza… Sono stati mesi di lavoro serratissimo. Spero di riuscire adesso di mantenere una frequenza di post più regolare.

A parte alcune domande sinceramente poco appropriate, che ormai sono il fondamento per il giornalismo sensazionalistico a cui purtroppo abbiamo dovuto abituarci, questa intervista contiene anche degli spunti interessanti. Il legame tra il blues, la sofferenza, e i Depeche Mode. Una menzione speciale all’eterno Mark Lanegan, che Riposi in Pace.

Buona lettura! Viel Spaß beim Lesen!

L’UOMO CHE I PARAMEDICI DI LOS ANGELES hanno battezzato “The Cat” per il numero di vite che ha bruciato a metà degli anni ’90 sembra averne recuperate almeno un paio. Cinquantuno anni compiuti a maggio, Dave Gahan non è certo l’adolescente che con il suo sorriso sfrontato diceva “Guarda, mamma, Top Of The Pops!”, quando i Depeche Mode sono diventati delle vere e proprie popstar nel 1981, ma è difficile trovare persino degli anelli scuri sotto i suoi occhi. Infatti, l’unico anello degno di nota è l’imponente teschio d’argento sul dito medio – un regalo della moglie Jennifer – incrostato di piccoli diamanti neri e rubini, sempre indossato con la testa della morte rivolta verso di lui. “In questo modo, dice il proprietario del negozio, ci si ricorda della vita”. E poi scoppia un sorriso. “Lo indosso sempre”.

Una squallida dipendenza dall’eroina, miseri tentativi di suicidio, un arresto cardiaco per sei minuti, un tumore canceroso sconfitto nel 2009: Gahan è sopravvissuto a tutto. Ha anche resistito per 33 anni, insieme a Martin Gore e Alan “Fletch” Fletcher, nella band elettronica di maggior successo del pianeta. I Depeche Mode sono nati nella tana di Basildon dell’Essex Man, hanno introdotto il futurismo a Smash Hits e TOTP e ancora ricevono il benservito dagli snob del rock. La cosa li infastidisce – soprattutto il sensibile Gahan – ma la loro migliore rivincita è il 13° album Delta Machine: brillante, livido, ricco di sfumature e tuttavia fatto su misura per raggiungere i livelli più alti degli enormi palazzetti che hanno intrattenuto negli ultimi due decenni.

Attualmente tra un appartamento nel centro di Tribeca e una casa nella ricca Montauk sulla punta di Long Island, Gahan, residente a New York da 15 anni, riceve il MOJO in una lussuosa ma insipida suite d’albergo di Soho. In giacca gessata scura dal taglio deciso e jeans eleganti, con un accento che oscilla, a volte in modo preoccupante, tra l’estuarino e l’americano, sembra comunque a suo agio. Una caffettiera ordinata dal servizio in camera rimane intatta per due ore, mentre lui analizza volentieri gli alti e i bassi della sua vita. Il patto pacifico di Gahan con il suo passato è stato aiutato dalla scrittura di canzoni; dopo 22 anni come “semplice” frontman, ha partecipato agli ultimi tre album dei Depeche Mode, precedentemente appannaggio di Gore dopo che l’abbandono dell’autore originale Vince Clarke ha costretto il trio rimanente a riorganizzarsi. Tuttavia, i contributi di Gahan a Delta Machine – in particolare l’epica, quasi Walker Brothersesque Should Be Higher – suonano ancora come se si rivolgesse ala signora Morte – l’eroina come amante e distruttrice. Proprio come quell’aspetto pulito dei primi anni ’80 nascondeva un’educazione segnata da droghe, corse in macchine rubate e furti – persino un anno di custodia nei weekend in un istituto di correzione per minori – l’apparenza può ingannare.

Non siamo degni.

Mark Lanegan elogia un suo collega baritono.

“I Depeche hanno così tante canzoni fantastiche – mi parlano. Dave ha una voce davvero bella ed è un grande cantante, che sono due cose diverse, ma combinate insieme sono irresistibili”. The Light The Dead See dei Soulsavers è stato il mio album preferito dell’anno scorso. Non avevo mai sentito Dave in un contesto così scarno, e questo rende ancora più potente il suo lavoro”.

Il nuovo album si chiama Delta Machine: un connubio tra le radici elettroniche e rock’n’roll dei Depeche?

Abbiamo avuto alcune permutazioni del titolo, come “qualcosa” Machine e “qualcosa” Delta, prima che Martin dicesse: “Delta Machine?”. Ma non oserei dire che questo è un disco di blues, come ha detto Fletch un paio di volte. È un insulto, per i musicisti blues, a molti livelli.

Ma se il blues parla di sofferenza, non è forse da lì che provengono anche i Depeche Mode?

Beh, ok, abbiamo influenze provenienti dal blues. E i Depeche Mode sono fondamentalmente noi che ci lamentiamo, che cerchiamo qualcosa, che ci lamentiamo della nostra vita (ride).

Di cosa vi lamentate?

Di me stesso! La mia incapacità di funzionare come un normale essere umano, come mi viene costantemente ricordato. Qualcuno dice: “Il modo in cui mi parli è davvero…”. Tipo? (stringe la faccia). Divento eccessivamente aggressivo o entusiasta e le altre persone non sono necessariamente dello stesso avviso. Mi metto nei guai con mia moglie. Lei è la prima a dire: “Non puoi parlarmi così. Non sono uno dei tuoi compagni di band o dei tuoi compari che ti circondano”.

Delta Machine inizia con Welcome To My World e finisce con Goodbye. C’è un tema che si snoda tra i due?

Per me e Martin è l’inizio e la fine della performance. È ironico e divertente per noi, ma è solo il nostro senso dell’umorismo. Nessuno di noi due è un tipo tetro e cupo, ma quando si tratta di fare musica, percorriamo un sentiero più oscuro. Lì sotto, devi trovare la via d’uscita, e questa è la parte eccitante.

Quali sono i vostri ruoli nei Depeche Mode?

Non siamo una band. Non siamo i Rolling Stones che suonano insieme in studio. Le cose sono molto costruite tra me e Martin. Fletch ha idee e input; è lui che dice: “Cosa stai facendo? Ci stai lavorando da tre giorni, è una schifezza!”. Ma non è concettuale. È il mediatore. È l’acqua tiepida tra il fuoco e il ghiaccio (ride). Fa il suo cruciverba e finché arriva a pranzo entro l’una è a posto.

“Basildon Man” è diventato un termine per indicare gli aspiranti Tories (votanti conservatori, ndt) della classe operaia; che idea si è fatto della sua città natale?

Mio fratello Phil mi ha recentemente inviato un documentario, uno speciale di 45 minuti su Basildon, e vedere immagini come quelle del centro cittadino mi ha fatto tornare alla mente alcuni… noiosi ricordi (ride). La mia famiglia si è trasferita da East London quando avevo due anni, per questa nuova città, il nuovo mondo, dove c’è più verde e ci sono scuole migliori. Ma è stato uno schifo. I miei unici bei ricordi sono quelli di quando andavo in giro con gli amici per strada. Vivevamo in una piccola piazza, quindi tutti erano vicini di casa.

La rabbia è sempre stata presente? Tuo padre se n’è andato di casa quando eri un bambino; il tuo patrigno è morto quando avevi 10 anni, e solo allora hai scoperto che non era il tuo “vero” padre…

Sì, e avevo due fratelli più piccoli, quindi ho sempre avuto la mentalità del “ci penso io, so cosa fare”. Ma in realtà stavo annegando. Mia madre dice che ero molto testardo e ostinato. Mi piaceva pensare di non seguire la norma. Probabilmente è per questo che mi sono attaccato al punk. Mia madre dice che ho iniziato a frequentare la gente sbagliata. Ma mi piaceva la reazione di fare cose cattive, cose da adolescenti. Era un buon modo per ottenere una reazione. Ma la musica mi ha salvato.

I Clash non sono stati la tua epifania musicale?

Prima dei Clash c’erano i The Damned, ma in realtà è iniziata con il glam e Top Of The Pops. Slade, T.Rex, Bowie, Roxy, l’acquisto dei singoli. John Peel e il punk sono arrivati dopo. Ma la mia epifania fu Ziggy Stardust, un ragazzo che veniva da un altro posto. Non da Basildon! Ovunque fosse, volevo essere lì. “Impazzire in un sogno lunare ad occhi aperti”, che cazzo significa? Spesso suono la versione David Live di Moonage Daydream prima di salire sul palco. Il mio ricordo più bello della scuola – che odiavo – era l’insegnante che diceva: “Gahan, cosa c’è di così interessante fuori dalla finestra?”. Era solo un campo, ma se mi sentivo coraggioso dicevo: “Molto di più di quello che sta succedendo qui” e andavo nell’ufficio del preside. Ero già fuori di testa. Probabilmente avrei dovuto prendere qualche tipo di farmaco che mi tenesse concentrato. Ero un sognatore.

Vince Clarke, Martin Gore e Fletch erano tutt’altro che cattivi ragazzi; erano frequentatori di campi giovanili cristiani. Le prime impressioni?

Martin disse che gli piaceva la chiesa per il canto. Erano persone davvero gentili. Un po’ strani. Ero sospettoso, ma sospettavo di tutti e continuavo a stare con persone del mio tipo. Frequentavo una banda di Basildon e Chelmsford, andavo ai concerti punk alla Chancellor Hall di Chelmsford, o al Music Machine di Londra, magari a King’s Cross dopo uno spettacolo, tornavo sul treno del mattino, facevo un bagno e tornavo di nuovo lì. Era la prima volta che facevo parte di un gruppo e mi sentivo molto a mio agio.

Ma perché accontentarsi di Clarke e compagnia se erano così diversi?

Onestamente? Non avevo altra scelta. Frequentavo il liceo artistico perché non volevo lavorare e mi era stato chiesto di andarmene. Sentivo di aver imparato tutto quello che potevo. Volevo solo far parte di una band. Vince mi sentì cantare “Heroes” di Bowie nella sala prove accanto alla loro e mi chiese di unirmi a loro. Non facevo nemmeno parte della band accanto, che si chiamava French Look; ero solo un compagno di Paul Redmond, un enorme punk di Basildon con i capelli arancioni che tutti temevano. Mi sono aggrappato a Paul perché allora nessuno mi avrebbe toccato. Una cosa che sono abbastanza bravo a fare è buttarmi a capofitto se si presenta un’opportunità, buona o cattiva che sia, quindi sono saltato a bordo. Non era particolarmente importante che mi piacesse quello che facevano, anche se mi piaceva. E Vince era bravissimo a creare canzoni. Alla fine di ogni prova ne avevamo una nuova.

Non volevi scrivere da solo?

No, volevo solo essere Bowie, stare sul palco, cosa che all’inizio mi terrorizzava, ma poi ho scoperto che era la parte più facile, senza il duro lavoro che dovevano fare persone come Vince e Martin. Ma tutto ciò che volevo era l’adulazione che deriva dall’esibizione, e far parte di qualcosa. A metà degli anni ’80 ho iniziato a giocare con le parole, ma non potevo portarle a Martin, per paura che venissero rifiutate, derise. È così che ho operato.

Una vita in immagini

Cornici rotte: Dave Gahan allo scoperto

1 Bambino dell’Essex, scuola materna: “Ero molto testardo e con una testa dura”.

2 La formazione originale dei Depeche Mode, 1980: (da sinistra) Gahan, Martin Gore, Andrew Fletcher, Vince Clarke.

3 La strada degli eccessi porta agli MTV Awards, 1993: “A quel punto avevo una dipendenza vera e propria”, ammette Dave.

4 Un Gahan in versione Faust durante il famigerato Summer Tour del ’94: “Questo mostro aveva superato la persona”.

5 Dave incontra Dame, dopo lo spettacolo di Bowie al Roseland di New York, nel 2002: “La mia epifania è stata Ziggy Stardust”.

6 I DM si danno al sadomaso, 1987: con il “nuovo ragazzo”, l’ex-Korgi Alan Wilder (all’estrema destra). “Non siamo un gruppo musicale”.

7 Snooker loopy (Una canzone che riguarda le stranezze dei giocatori di biliardo, ndt) allo studio Konk, 1987: “La strada che abbiamo preso dopo Black Celebration mi piaceva di più”.

8 Una vita al cinema: Gahan, più a suo agio nella sua pelle, con la seconda (Erroreeeee!!!, magariiiiii!!!!, vade retro strega di *****, ndt) moglie Jennifer alla prima newyorkese di Control, settembre 2007. “Essendo un ragazzo inglese, la facevo ridere”.

Non volevi scrivere di te stesso?

9 Come se l’eroina non si sciogliesse…, 1981: “Sono abbastanza felice nella mia piccola anima”.

I Depeche Mode hanno affinato la loro arte in locali come il Croc’s di Rayleigh ma anche il Bridge House di Canning Town, il quartier generale degli Oi! Come è stata accolta la band lì?

Non bene! Io e Vince avevamo portato il nostro nastro per vedere se potevamo ottenere qualche concerto. A Terry Murphy, che gestiva la Bridge House, piacque e ci prese sotto la sua ala. Disse che sarebbe stata dura e che non saremmo piaciuti alla gente, ma a lui piacevamo! Un gruppo di noi ha iniziato a frequentare quel posto e abbiamo suonato anche al Top Alex e al Rascals di Southend. Il punk stava morendo e si è fatta strada l’elettronica, e all’improvviso ho avuto l’opportunità di far parte di un gruppo che si interessava alla musica che ascoltavo, come i Kraftwerk e Bowie. Persone come Steve Strange e Rusty Egan cercavano musica da suonare nei loro club. Giorni brillanti. Suonavamo e venivano 50 nostri amici, un pubblico già pronto. È così che abbiamo conosciuto Stevo, che ha pubblicato la compilation Some Bizzare [il debutto discografico dei Depeche Mode]. Steve era un ragazzo molto intelligente, ma pazzo. [Daniel Miller era molto più adatto a noi. E naturalmente era The Normal.

Cosa ne pensi dell’etichetta “futurista” con cui veniva etichettata la scena elettronica?

No, era solo un travestimento! Era una moda. Anche il punk lo era. Il passaggio ai ragazzi che si truccano e diventano sgargianti, giocando con i generi, è quello che ha fatto Bowie. Ma noi non eravamo adatti agli Spandau Ballet e ai Duran. Loro si vestivano allo stesso modo ma avevano grandi manager, grandi contratti discografici, mentre noi prendevamo la metropolitana per andare a Top Of The Pops con i nostri sintetizzatori avvolti in coperte dentro una valigia.

Quando Vince lasciò la band prima ancora che il vostro album di debutto [Speak And Spell del 1981] fosse pubblicato, temevate che fosse già finita?

Ho pensato che fosse la cosa più stupida. Ma Vince era molto infelice, anche sei mesi prima di andarsene. Non avevamo ancora finito Speak And Spell. Avevamo appena annunciato il nostro primo tour e Vince disse: “Non posso rispondere a domande sul colore dei calzini che indosso, non posso stare al gioco”. Ma le sue ragioni erano più ambigue. Eravamo seduti nell’ufficio del nostro editore, e lui indicò Vince e disse: “Questo andrà in giro in uno schiacciasassi e voi tre lo seguirete sul vostro tandem. Sì, con tre posti!”. Nella testa di Vince si accese una piccola luce: poteva fare tutto da solo, senza compromessi. Gli serviva solo un cantante e qualcuno che si esibisse sul palco con lui. Daniel disse: “Qualcuno di voi sa scrivere?”. Martin aveva scritto una canzone e una strumentale su Speak And Spell, e disse ( usando la voce di Mr Bean): “Ne ho un’altra, si chiama See You, non so se è buona…”. Lo fa ancora! Ma eravamo così ingenui che non ci è mai passato per la testa che ci saremmo sciolti.

Dato che cercavi l’approvazione di Martin, era un’altra figura paterna di fatto?

Daniel era la figura paterna, per tutti noi. Volevo solo una pacca sulla spalla da Martin, che lui sembrava ignorare. È così con tutti, ma ci ho rimuginato a lungo. Vedevo la folla divertirsi molto, ma non avevo la sensazione che il gruppo pensasse che stessi facendo un buon lavoro. Eravamo molto inglesi. Questa freddezza non è una cosa positiva, ma ha alimentato questa stranezza della band che ancora mi emoziona. Non riesco a capire cosa sia, ma ne sono attratto, come una droga, come se dovessi farne parte. E Martin mi tratta come un suo pari adesso. Dopo che Alan [Wilder, tastiere/arrangiamento, 1982-95] se n’è andato, siamo diventati Martin e io.

La vecchia lotta tra cantante e cantautore?

Il tipo di rapporto che c’è tra me e Martin, ci stimoliamo a vicenda. Ora più che negli ultimi due album. Ho capito che gli piaceva lavorare e contribuire alle mie canzoni, e questo mi ha entusiasmato. Martin ha fatto un salto di qualità: le sue canzoni non sembrano più isolate. Vuole far parte di questo universo, avere un po’ di pace, e credo che finalmente ci stia riuscendo. Il fatto che abbia fatto un disco con Vince [come VCMG, nell’album techno Ssss del 2012] lo dimostra, perché pensavo che sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe preso in considerazione. Martin scrive canzoni alla ricerca di se stesso, ed è per questo che siamo insieme, e lo siamo stati per tanto tempo.

E perché scrivi per i Depeche?

Ha sicuramente più rispetto per me, il che è stato fondamentale per la nostra sopravvivenza. Negli ultimi 10 anni mi sono fatto strada con la forza, cosa che all’inizio è stata difficile. Martin non mi dice: “Ehi, mi stai calpestando i piedi”; potrebbe spuntare qualche parola e fare questo sguardo (fa la faccia da lucertola che ti fissa sdegnata di Martin Gore). Quando ho fatto [l’album solista del 2003] Paper Monsters e ho formato una band per portarlo in tour, è rimasto sorpreso. È venuto a uno degli spettacoli di Los Angeles, non lo vedevo da un po’, e dopo – probabilmente mi odierà per questo – mi ha detto: “Mi sembra davvero di seguirti adesso”, il che mi ha scioccato perché lo stavo seguendo da tanto tempo.

Dalla fine degli anni ’80 in poi, più i Depeche Mode diventavano oscuri e più voi sembravate diventare grandi…

Il percorso che abbiamo intrapreso con Black Celebration [1986] e Violator [1990] mi piaceva molto di più, perché Martin era perso come me. Avevamo poco più di vent’anni, facevamo parte di una band di successo, ma ci prendevamo la nostra parte di critiche in patria per aver avuto successo come gruppo pop, cosa che non ci è mai stata perdonata. Ci sono voluti anni prima di sentirci considerati una band degna di considerazione, e questo ci ha fatto molto male. Abbiamo avuto la possibilità di sviluppare un seguito altrove, e quando Alan si è unito a noi abbiamo finalmente sentito di avere qualcosa. Siamo diventati seri.

Nel frattempo, hai portato sempre più avanti il ruolo di “frontman” dei Depeche. Troppo in là?

Dopo aver cercato per anni di fare la cosa giusta per Martin, di fare ciò che era necessario per le sue canzoni, ho pensato: “Metterò tutta questa energia nell’esibirmi”. Così sul palco sono diventato un tipo che nessuno avrebbe mai potuto criticare, che ci dava dentro, e questo si è sviluppato nel corso degli anni fino a quando non mi sono schiantato. Questo mostro aveva preso il sopravvento sulla persona e quando ho cercato di togliermi di dosso quel vestito, non ci sono riuscito. Non avevo nessun posto dove andare.

Hai davvero emulato Bowie e Ziggy.

All’epoca ci avrei riso su, ma sì, era quel tipo di ruolo. La band era molto arrabbiata perché ormai mi ero allontanato. Mi ero trasferito a Los Angeles, dove potevo nascondermi, non essere Dave, e nessuno sapeva nulla di me. Era molto comodo e potevo nascondermi dietro le grandi canzoni che Martin stava scrivendo.

Los Angeles è stata la porta d’accesso all’eroina. Ma la prima volta che ti sei drogato è stato a 17 anni?

Sì, l’ho sniffata pensando: “Questo non sembra speed”. Mi sono vomitato addosso e sono svenuto in un angolo, mi sono svegliato e il concerto era finito. Beh, è stata una schifezza, non lo farò mai più, e così sono tornato alle anfetamine. Ma anni dopo, mi andava bene. L’ho fumata e non ho vomitato. L’ho sentito dire da altri, ma tutto aveva un senso. Non mi importava più dell’approvazione di Martin. Ma ero solo un consumatore occasionale, dopo uno spettacolo, mai prima, ma tutti lo facevano a Los Angeles, band come Alice In Chains, Jane’s Addiction… Non ho mai pensato che facesse paura, il che è ancora una volta una completa ingenuità. Un ragazzo mi disse: “Non prenderla mai per più di tre giorni di fila”. E io: “Che c’è? Posso bere fino a farti cadere dalla sedia!”. Non riuscivo a mettere insieme le storie di tutte queste band che amavo, Iggy e Lou Reed. Ma la scarpa mi calzava a pennello.

Ho letto che Daniel Miller non si era accorto del tuo vizio e che la band ha cercato di ignorarlo.

Non è del tutto vero. Tutti ci hanno provato, ma non pensavano che fosse così grave. Nemmeno io lo sapevo. Eravamo tutti fuori controllo, Martin beveva e Fletch aveva una depressione terribile. Eravamo come un istituto psichiatrico. Ma ci piaceva fare festa. Eravamo famosi per questo, anche la troupe, era come una gang. Ma a Los Angeles ho trovato un’altra banda, e sono passati altri due anni prima che ci riunissimo a Madrid per realizzare Songs Of Faith And Devotion (1993). A quel punto avevo una dipendenza vera e propria, ma me ne sono accorto solo una volta atterrato e ho iniziato a vomitare dopo qualche giorno. Tutti si affannavano a cercare quello che pensavano mi servisse: alcol, coca, hashish, pillole. Ma l’eroina non era prevista. Andai a cercarla in qualche club nascosto. Mi avvicinai a dei ragazzi che sembravano essere di quel tipo, ma invece fui picchiato duramente all’esterno. Ricordo che mi rotolai sotto un’auto, con la neve a terra, e che Martin cercò di intervenire, venendo prontamente preso a pugni. La mattina dopo lo dissi a tutti.

Quanto si è sentito in colpa?

È stato terribile. Ci sono voluti anni per riconquistare la fiducia di Martin, e poi c’era la mia famiglia, i miei fratelli, mia sorella, la mia attuale moglie. È una dipendenza così egoistica. Anche se avessi detto che mia madre era morta, non me ne sarebbe importato di meno. Mentre stavamo preparando Ultra [nel 1997], Martin diceva: “E la band?”, cosa che per me era assurda. Nella mia mente, stavo cercando di salvare la mia vita! Ora capisce cosa stavo passando a causa del suo alcolismo, da cui è guarito sei anni fa, ma beveva come un pesce, e quindi proprio lui a puntarmi il dito contro… Io ero l’ovvio disastro, ma bere è il modo britannico. Puoi essere ubriaco fradicio, sotto il tavolo, nudo, e farla franca.

Nel tour di Faith And Devotion… la band aveva un terapeuta.

Uno psichiatra! Non comunicavamo. Eravamo una band sul palco, ma fuori dal palco ognuno andava per la sua strada, Martin nei club, Fletch beveva in qualche bar e io ero con alcuni amici del posto che mi portavano in posti per sballarsi. Alan si occupava del lavoro. Lo psichiatra si sedette con noi forse due volte, anche con il nostro manager, e disse che avevamo tutti dei problemi molto gravi. Se ne andò il giorno dopo, dicendo che non poteva aiutarci. Ma nessuno voleva che la festa finisse e la macchina contribuì a farla continuare. Ma quando tornai a casa dopo quel tour, ero davvero distrutto. Non avevo un entourage che si occupasse dei miei bisogni, così la ricerca di eroina divenne la mia vita per i due anni successivi. Sono finito in alcuni dei posti più squallidi. L’underground di Hollywood è oscuro, amico.

Qualche deviazione o dipendenza dal sesso? Piercing interessanti?

Eroina e sesso non vanno d’accordo. Mi svegliavo a letto con due o tre persone, di sesso diverso… La droga era il sesso per me. Ero felice di stare da solo. Ho fatto il piercing alla guiche (il perineo). La mia seconda moglie e io l’abbiamo fatto insieme, in modo cerimoniale! Mio figlio a New York, quando aveva sei anni, mi disse, quando uscii dalla doccia: “Perché hai un orecchino nel sedere?”. Non lo so! Così l’ho tolto. Era tutta una questione di shock. E poi non era più scioccante. Poi è stata la sopravvivenza.

Che cosa l’ha tirata fuori dal buco?

La dipendenza è un’esistenza triste e noiosa. Passano gli anni. Sei ancora seduto sul divano, vedi lo stesso spacciatore, dici le stesse stronzate. Mia moglie mi aveva abbandonato, e giustamente. Lei si dilettava, ma io la stavo trascinando a fondo. Sono entrato in riabilitazione, dove ho conosciuto la mia attuale moglie, Jennifer, che era lì per un motivo diverso. Essendo un ragazzo inglese, l’ho fatta ridere, e ridere è lo stesso tipo di euforia, sapete? Me ne andai da lì con tutte le intenzioni giuste, ma continuai a ricadere e a cercare di disintossicarmi per andare a trovare Jen a New York. Aveva sentito parlare della band ma non le importava. Era più giovane di me, più appassionata di cose come Billie Holiday, che mi hanno influenzato in seguito. A Los Angeles non conoscevo nessuno che non si facesse, quindi dovevo andarmene e nel 1998 mi sono trasferito ufficialmente a New York. Incontravo gli amici di Jen, persone che vivevano la loro vita, pittori e fotografi. Il mio migliore amico Dennis è un pompiere. Era così rigenerante.

Quando nel 2009 è stato scoperto un tumore alla vescica, ha pensato che qualcuno – Dio o altro – ce l’avesse con lei?

Sono stata veramente fortunato che l’abbiano trovato in fase iniziale e che la chemio non abbia avuto effetti sul resto del corpo. Ora mi sembra come se un muro di mattoni mi fosse sentito sollevato dalla schiena, perché mi ha fatto guardare di nuovo a mia moglie e ai miei figli e a tutto ciò che ho, e ho tanto amore e sostegno. Mi sento davvero bene, dal punto di vista della salute.

Beve mai qualcosa?

Ho scelto di non farlo. Ero fuori la vigilia di Natale, in un bel ristorante, tutti bevevano. Ho pensato: “Perché non posso bere un bicchiere di vino?”. Ma non lo faccio più, perché anche un solo bicchiere apre un intero vaso di Pandora. La mia mente pensa immediatamente che posso andare molto più in alto. È di questo che parla [il nuovo album] Should Be Higher – quel verso “Le bugie sono più attraenti della verità”. Attingo ancora a queste cose quando canto e mi esibisco, per trovare una via d’uscita dai problemi.

Cosa c’è di male in una canzone pop allegra? Quelle dei Depeche rimangono così serie e cupe.

Non c’è niente di sbagliato in loro! Broken è un brano ritmato, ma dal punto di vista del testo è cupo. Posso solo dire che Delta Machine è un disco sincero. Questo è ciò che siamo, e questo è ciò che Martin e io possiamo creare insieme. Se potessi fare a modo mio, e potrebbe non essere il modo giusto, probabilmente faremmo le cose in modo molto più sciolto. Martin è un grande chitarrista, ma gli piace lavorare con l’elettronica e io devo assecondarlo.

Dal 2003 hai scritto canzoni per due album da solista, tre album della band e l’album dei Soulsavers dello scorso anno, The Light The Dead Can See. Ha risolto il problema?

Ho fatto delle richieste per [l’album dei Depeche del 2005] Playing The Angel. Volevo metà delle canzoni. Martin ha detto che me ne avrebbe date un paio. Per questo album ne ho scritte sei e ne ho ottenute tre. Ma se non avessi fatto l’album dei Soulsavers, non credo che avrei fatto Delta Machine. Poiché l’offerta di Rich Machin, [perno dei Soulsavers], era così inaspettata e io ero così impreparato, ho imparato a conoscere la libertà di presentarmi con qualcosa di musicale che mi commuove.

È un bel riconoscimento, visto che il precedente frontman dei Soulsavers era Mark Lanegan.

Sono scarpe grandi da riempire. Non che stessi cercando di seguire le sue orme. Quello che faccio è simile, ma è in un modo diverso. Mark mi ha fatto grandi complimenti per quell’album. Mi ha mandato un messaggio dicendomi che il mio disco dei Soulsavers era fantastico e di grande ispirazione, e questa è la cosa più bella, dopo tutti questi anni, avere il rispetto dei tuoi colleghi e degli altri cantanti. Non desidero nient’altro.

Come ha fatto il trio principale dei Depeche a durare così a lungo? Hai paura di quello che potrebbe venire dopo?

Ho paura di non essere in grado di fare le cose che amo fare – scrivere canzoni e collaborare, iniziare con qualcosa e non sapere perché si arriva dove si arriva. Il fatto è che sto iniziando a provare questa sensazione con Martin. Per qualche motivo, abbiamo questa cosa insieme e molte persone ne traggono qualcosa, più che seguire una band.

Descrivi una giornata tipo quando non stai preparando un album dei Depeche o non sei in tour.

Incontro gli amici per un caffè, ma ogni giorno sono nel mio studio a lavorare su qualcosa, anche solo per un paio d’ore. Mi sveglio molto presto, alle 5 del mattino è normale, perché ho sempre avuto problemi a dormire fin da bambino. Camminavo nel sonno o avevo la paralisi del sonno. È per questo che mi piaceva l’eroina, perché dormivo per giorni. Mi piace camminare per New York. Mi nutre.

Com’è frequentare Dave Gahan?

Penso che ora sia tutto a posto. Sono un po’ troppo sensibile alle critiche, di solito da parte della moglie, che possono essere le più semplici, come “Ti metterai quella camicia?”. Bisognoso? No, tutto il contrario. Sono abbastanza felice nella mia piccola anima. Sto sognando di nuovo. Ci sono voluti anni e anni per me, ma è quella sensazione è tornata. È ciò che mi tiene qui. Mi perdo nelle canzoni, sul palco, a fare musica, e anche nella musica degli altri se sono fortunato. È la realtà della vita con la quale faccio fatica.

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